Era una giornata di sole invece ci stavo rimettendo le penne

Era una giornata di sole. Ero un bambino di 9 anni circa. Ero vestito con un pantaloncino da ginnastica sportivo rosso lucido, corto, inguinale si direbbe oggi, con righe bianche, come si usava tra gli anni 70 e gli anni 80. Un magliettina blu, credo. Ero magrolino, con capelli marroni lisci. Un pochino lunghetti. Ero gracile. Piccolino. Vivace. Curioso.

Ero al parco giochi. L’altalena, la giostra, il cavallo, quell’asse con due posti agli estremi in cui ci si bilancia in su e giù, la sabbia, una montagnola, prato, alberi.

Ero lì, insieme ad altri bambini. C’erano anche altri bambini. Ero a Freilassing. Abitavo nella casetta adiacente alla casa di Rosmarie in affitto nella Paul Keller Strasse 18. Rosmarie e il marito Otto erano i proprietari della casetta. Rosmarie e Otto mi accudivano quando mia madre lavorava e anche quando non lavorava. In casa di Rosmarie c’era sempre profumo di torta di mele e cannella. Il loro giardino era sempre coltivato e pieno di fiori. Un giardino da mostra floristica. In casa c’erano decorazioni fatte di elementi naturali come fiori secchi spezie e nastri. Di fianco alla loro casa c’era la casetta in cui noi alloggiavamo. Era piccola, ci stavamo in tre, con mia madre, mia sorella e mio fratello. Forse anche un fidanzato. Forse aveva una sola camera da letto. La casetta non profumava, non odorava e non aveva decorazioni.

Era il 1979

Era lo Spielplatz della Schlesierstrasse. Oggi pare sia chiuso. Oggi è il 2020. L’anno della pandemia.

Giocavo nella sabbia. Ero lì mentre sulla adiacente Schleiserstrasse giunsero un gruppo di bambini che tenevano in mano orgogliosi, grappoli di uva. Grappoli di uva nella Germania del 1979 erano cosa rara. E tutti i bambini furono incuriositi dal bottino dei piccoli fieri sulle loro biciclette.

Emerse che furono colte nel giardino di una casa abbandonata. E che ce n’erano altri. Anche io volevo quei grappoli di uva. Ma prima, prima che avvenisse ciò, giocando, un bambino più grande, un bambino di circa 16 o 17 anni che in seguito risultò essere ritardato, giocando, mi sollevò da terra e nel farlo mi toccò nei genitali durante la presa di sollevamento. Il mio piccolo pene si irrigidì. Divenne duro.

Forse è per questo che accadde tutto. Perché ebbi una reazione fisica inopportuna.

Lui era molto più grande, me lo ricordo grosso. Biondo, massiccio.

Mi vergognai in quel momento della mia reazione. Poi si pensò all’uva. Volevo quell’uva.

Ma non sapevo dove fosse. Dov’era quell’uva? E come arrivarci? Io non sapevo dove fosse tra i ritagli di boschi la casa abbandonata. Ma lui si, lo sapeva. Si offerse di accompagnarmi e di portarmici. Io volli andare.

Io sbagliai proprio tutto. Eccitarmi, fidarmi, seguirlo. Tutto. Vaglielo a dire ancora oggi che non avrei dovuto. In fondo avrei dovuto essere più ragionevole.

Andai. Arrivammo. Posammo ognuno la nostra bicicletta. Avrei colto l’uva. La casa era lì. Abbandonata. Oggi mi chiedo se fosse quella la casa dell’uva. A pensarci bene, non ho colto un solo chicco d’uva.

Appena arrivati mi prese in braccio, mi prese in braccio tenendomi forte e fermo tanto da non potermi liberare. Chiesi di farmi scendere ma non volle. Eravamo ancora fuori dall’edificio abbandonato. Entrammo, c’erano le tracce di bruciato sulle mura, stanze nude. Io iniziai a cercare di convincerlo, con calma, di farmi scendere. Non volle, mi teneva in braccio e mi diceva di stare tranquillo e che mi avrebbe fatto scendere. Sapevo che stesse succedendo qualcosa di terribile. Di sessuale. Non dovevo essere lì dentro. Dovevo essere fuori tra i cespugli selvatici abbandonati a raccogliere grappoli d’uva. Invece ero dentro quella casa. Ero lì immobilizzato dalla forza di questo grande bambino che mi tratteneva sospeso in aria da non poter toccare il terreno saldamente.

Entrammo in una delle stanze. Per terra c’era un vecchio materasso sul quale mi adagiò. Ero sdraiato sulla schiena e lui a cavalcioni sopra di me che mi tratteneva le gambette con le sue.

Con voce dolce e scherzosa mi chiese di abbassarmi i pantaloncini. Capii che il sospetto stava diventando realtà. Con eroico fare conservai la calma. Avevo già avuto esperienze sessuali nel collegio di Mosciano S. Angelo, in cui fui lasciato, con un compagno un po’ più grande che mi insegnò alla fellatio. Cioè prendere in bocca il pene e morderlo. Non ero così ingenuo. Avevo visto sin da bambino, nelle culla, fare sesso i mie genitori, e mia mamma nel bungalow del camping Sabbia D’oro a Giulianova era nuda con un uomo mentre io ero fuori che non potevo entrare. E quell’uomo non era mio padre.

Potevo farcela. Stare calmo. Rispondere agli inviti del ragazzo sopra di me dicendogli che me li sarei abbassati se si fosse denudato prima lui. Indossava una salopette, avrebbe dovuto sganciarsi da me mi sarei potuto liberare, ma non funzionava. Insisteva che avrei dovuto abbassarli prima io e fargli vedere il mio pippino. La negoziazione non so quanto tempo durò io ricordo che non ressi a lungo vedendo la facciotta di questo biondo massiccio sopra di me fare moine al fine di convincermi di abbassare i pantaloncini. Perché poi non lo feci? Perché mi rifiutai? In fondo mi ero eccitato io allo Spielplatz. In fondo ero stato avviato già ai giochi sessuali. Perché tutte quelle storie? Non lo capisco ancora oggi.

Dalla negoziazione su chi si dovesse denudare prima, fammelo vedere prima tu, no tu, no prima tu no tu, forse in realtà mi venne ancora una volta duro? Non lo so. Capii che non c’era nulla da fare. Iniziai ad urlare, volevo essere liberato. Volevo essere sciolto. Volevo scappare. Urlavo. Strillavo che volevo andare, che l’avrei raccontato. Oddio, credo. Non so cosa urlai. Non lo ricordo. È passato tanto tempo, le parole si sono perse nella memoria.

So che ad un certo punto sentii le sue mani intorno al mio collo. Che non respiravo più. Vedevo lui, la sua espressione rabbiosa e mancarmi il fiato, non respiravo. Non entrava aria, non usciva aria. Ero bloccato sulla schiena e non c’era aria, aria che entrava o che usciva. Vedevo la faccia rabbiosa sopra di me che mi stringeva il collo su quel materasso in quella stanza.

All’improvviso rallenta la presa. Aria entra nei miei piccoli polmoni. Respiro. È strano come il tempo sia relativo in molte circostanze della vita. Forse sono stati solo attimi o forse un eternità.

Capii che era sconcertato, non sapeva cosa fare. Io non so cosa feci. Non so come reagì.

I miei ricordi riemergono quando poi di nuovo al punto in cui mi ritrovai nella stessa identica posizione in cui mi trovai al nostro arrivo. In braccio a lui, serrato. Forse già nella stanza mi aveva nuovamente serrato a se per uscire dall’edificio. Fermo e bloccato. Questa volta parlavamo. Gli dovevo promettere di non dire nulla a nessuno altrimenti non mi avrebbe fatto tornare a casa. Stoico lo feci.

Risalimmo sulle nostre biciclette. Pedalando piano piano, piano piano. Non conoscevo la strada. Quella è una zona piena di boschi e boschetti. Né all’andata né al ritorno. Dovetti affidarmi a lui. Ma piangevo durante il lento tragitto, piangevo. E quando piangevo questo grande ragazzone mi bloccava la bici e mi diceva che se non smettevo di piangere non mi avrebbe fatto tornare a casa. Io mandavo giù il pianto. Ero abituato questo. Anche la mia mamma mi costringeva a non piangere mentre mi menava e mi menava ancora se piangevo. Ho resistito. Piano piano. Piano piano mi ha permesso di rientrare verso casa.

Arrivammo. Quando mi trovai davanti al cancello della Paul Keller Strasse 18 mi fece andare. Varcato il cancello, percorsi il vialetto che portava alla casetta senza odori e decorazioni adiacente a quella con il profumo di mele.

Entrai. La mamma era nella stanza che dormiva. Iniziai uno straziante pianto credendomi al sicuro. Un pianto liberatorio. Che fu represso nuovamente dalla voce della mamma che mi intimava ad uscire e non disturbarla con i miei pianti, dall’altra stanza, perché certamente le avevo prese ancora dagli altri bambini. Eccome se le avevo prese. Le avevo proprio prese.

Sconcertato uscii. Mi sedetti sulla panchina adiacente alla casetta che guardava il cancello in fondo al vialetto. Ma non riuscivo a smettere di piangere. Un pianto sconcertante.

Sopraggiunse Rosmarie da non so dove. Le lacrime mi impedirono di vedere da dove fosse arrivata. Mi chiese del mio pianto. Io gli raccontai.

Il resto è inutile, un semplice accessorio misto di vergogna, colpa, impotenza, esposizione e mortificazione decorativo su un abito drammatico che veniva riallocato ad ogni cambio di dramma che andò a susseguirsi di lì in poi nella mia vita.

Non ho mai toccato veramente questa mia esperienza, fin quando non mi sono ritrovato ad incontrare una bambina a sua volta abusata. Inavvertitamente, senza preavviso, un incontro inimmaginabile. Che ha risvegliato solidale con lei il mio bambino di allora. Quel bambino a sua volta abusato.

Quel bambino oggi ha paura di essere esaminato da qualcuno più grande di lui, all’università, a 50 anni, anche se l’esaminatore è  la persona più dolce e disponibile, anche se è più piccolo di età.

Quel bambino resterà vivo in me. Non lo avevo mai più voluto incontrare ed infine mi è venuto incontro lui.

Il resto è inutile.

Non so se ho scritto questo racconto per cercare di aiutarmi. Non so se voglio implorarmi di credere che non era colpa mia se quel pene piccolo si è eretto.

Ho la sensazione che tutti siano così tanto più grandi e più forti di me.

Non so se riuscirò mai a dare un esame. L’incontro con quella bambina e con me è così recente.

Aspettiamo. Ci vuole tempo. Ci vuole pietà. Ci vuole bene.

Mascherina Mascherina

virus

Francamente non so nemmeno quanti giorni e quante settimane sono trascorse. Ormai non è il caso di contare. È il caso di stare qui, fermi, protetti nell’isolamento e sperare che arrivi presto quella salvezza che tutti sappiamo essere un vaccino. Mentre trascorrono i giorni, e nei giorni le ore e nelle ore i minuti, si continua a vivere. Chi cucina, chi pulisce, chi sceglie musica, chi lavora, chi tenta di trovare qualunque passatempo, un atto di recupero di un esistenza trascurata ci vogliamo raccontare. Il più delle persone riescono a comprendere che andare avanti in attesa della soluzione è l’unica cosa da farsi.

Nel mentre guardavo una serie TV divertente americana in lingua tedesca per allenare una lingua che potrà servirmi ancora in futuro su Amazon Prime, che tanto divertente non è stata questa volta, ho pensato distrattamente ai sentimenti della gente. Sui social sono tutti lì esposti. Rabbia contro il governo ladro, frustrazione contro le incapacità degli altri, lo sciacallaggio della politica, la polemica giornalistica.

Il conflitto nel virtuale che si accende e muta nel tempo trasferibile in giorni eterni in cui le evoluzioni storiche avvengono nell’arco di mezza settimana È tutta lì la gente. Siamo lì noi. Nel virtuale preso in prestito dal reale. Persone di ogni livello e ogni genere. Nessuno escluso. E ho pensato che dietro ad ogni torta, pizza, dietro ogni cantata in terrazza, ogni urlo verso il prossimo, la noia, la frustrazione, c’è la verità.

La verità è che siamo tutti spaventati. Siamo terrorizzati. E sappiamo di essere impotenti. Anche se non vogliamo saperlo. Eppure lo sappiamo. Tutti.

La paura che un microorganismo, del quale molti non conoscono nemmeno la morfologia e potenza, invisibile, si insinua in una sola delle nostre cellule, che prende possesso del nostro di organismo che micro non è, possa essere in grado, questo invisibile essere chiamato virus, di ucciderci, ci afferra. Senza esclusione alcuna.

Non sappiamo chi, quando, e se. L’impotenza. Questa c’è dietro ogni nostra manifestazione pubblica celata dalla rabbia, dalla polemica e dall’ilarità. L’impotenza.

Non sappiamo se oggi tocca a me, o peggio, qualcuno accanto a noi. L’idea che la moglie, il marito, il compagno, l’amico, la mamma o il papà, il figlio, il nipote, il nostro medico, il professore, la signora del supermercato, l’uomo che sta pulendo la strada,  che ognuna di queste persone o noi stessi domani potremmo non più esserci, spaventa. Spaventa.

È ammirevole quello che vedo, il tempo e i minuti che trascorrono, tutti spaventati a morte da una fatalità inaspettata, reagire contro la paura.

Una paura mal celata, e poco esposta.

Io ho paura.

E non può esser altrimenti.

Raccontiamocela

Famiglia Vera

I miei familiari sono quelli che, quando sono ammalato, li tratto malissimo, come un bisbetico,

e loro, pazientemente, mi accontentano in tutte le mie folli richieste.

E li ringrazio sempre per questa preziosa concessione.

E so, che la prossima volta che sono ammalato,
posso essere bisbetico un’altra volta.

Perché la vera famiglia non si vede da una scatola di cioccolatini della Ferrero