è colpa tua

….. se sono qui ad aspettarti pur sapendo che non arriverai?

È colpa tua se non arriverai perché non mi vuoi abbastanza, non mi ami veramente, sinceramente, completamente

È colpa tua se non esisti, se sei solo una mia idea, un desiderio, una voglia di non essere solo, non è colpa mia se sono solo, è colpa tua, solo tua …

È colpa tua la colpe del mio malessere, tu non sei venuto e io sono solo, quindi sono infelice per colpa tua

Voglio solo compagnia e tu non esisti, per colpa tua sono triste e solo

Non sono solo, sono con la tua colpa.

Mi sento così da quando ci siamo staccati stanchi ed esausti; diciamo che il tuo vuoto che mi hai trasmesso, è pieno del tuo solito vuoto, vuoto su vuoto; vuoto contro vuoto.

Il nulla che porta la pace non è mai arrivato. Non mi sono mai abituato ad un’idea di vita pianificata, ad un’idea abitudinaria di vita, ad un’idea di vita forse. Mi sento abbastanza confuso da ricordi più o meno lontani e vaghi, più o meno chiaro scuri,  in fondo a furia di voltare pagina finisce il libro!

Le pieghe dell’esistenza ci hanno separato come quelle dei tessuti separano fra loro le valli della ruvidezza prima della stiratura; sensazione di abbandono che subentra all’abitudine al vuoto, piega/liscio/piega/liscio e poi tutto liscio, morbido come il senso di abbandono, come la solitudine che è anche gioia, poi tristezza, ossessione, malessere, nostalgia, frenesia, ho già nostalgia del futuro frenetico.

adius, è passato un anno…

il tuo viso esiste fresco

mentre una sera scende dolce sul porto

tu mi manchi molto

ogni ora di più, la tua assenza è un assedio,

ma ti chiedo una tregua prima dell’attacco finale,

perchè un cuore giace inerte rossastro sulla strada

e un gatto se lo mangia fra gente indifferente,

ma non sono io, sono gli altri

e così vuoi stare vicino, no

ma come ……………….. sono secoli che ti amo

cinquemila anni e tu mi dici di no?

perchè eri bello, bellissimo e non ridere

dammi una sedia, va.

Agosto 2022, il primo ferragosto senza te.

Lo penso ogni volta che ricordo quei nidi fra i filari del vigneto dei nonni, hanno tutti cercato di farmi capire che volare significa vivere, io penso ancora che il nido è meglio, caldo, accogliente; della vita si può fare a meno probabilmente, ma non ci è dato provarlo nei fatti.

Le strade di Carpi sono il mio nuovo presente da quando la casa dei miei genitori si è liberata; piene, ma di gente vuota, di auto piene di persone dagli sguardi svuotati, senti che ti guardano senza vedere che ci sei, sorpassano e vanno, non li rivedrai mai più, un vuoto vero, poi pioggia, sole, strada, autostrada, casello, verde, un cimitero, gente che rincorre una palla, niente.

Rivedere l’appartamento vuoto mi ha fatto capire che sarei tornato qui, la stanza con la poltrona a fiori dove dormiva mio padre, la cucina che odiava mia madre costretta a preparare tre pasti al giorno per una vita, la mia stanza, la più calda, il mio armadio di legno e pelle gialla aperto, violato nelle ante e sui ripiani, ma solido come l’amore che mi circonda fra questi muri terremotati, ma solidi e pronti a riprendermi. Ho sentito un vero abbraccio, la setta sensazione fra le braccia della zia che mi portava la sera in campagna col motorino; arrivavo nella casa, lungo il vialetto ghiaioso ornato di sempreverdi con ingenui fiorellini bianchi e vedevo la nonna davanti al fornello dalla finestra, si gira un sorriso ed era casa.

In fondo a sinistra l’argine del fiume sulla statale per Correggio, un fiume piccolo con un grande argine; mio nonno diceva che gli argini servono per contenere le alluvioni che sono  solo nuvole di farfalle impazzite. Dall’altana fra i tetti guardavamo piovere con una sensazione di sicurezza, lì le farfalle non possono arrivare. Da sempre gli alluvioni non mi spaventano, santo imprinting.

I fiumi sono da sempre presenti nelle storie della mia vita, c’è sempre un fiume a suggellare ogni evento; fiumi poco importanti, spesso canali piccoli e poco profondi, con nomi ridicoli e locali, ma sempre presenti. Ollie è un grande amore, il ragazzo col naso lungo e curvo, occhi e capelli neri, senza spirito e senza istruzione – la prima volta che l’ho visto era sulla riva del fiume Tresinaro, nel punto più verde e bello del fiume, pieno di salici piangenti, erba che finisce nell’acqua, avevo l’impressione che avrei potuto saltare da riva a riva senza bagnarmi i piedi e questo mi dava una profonda sicurezza e un completo dominio della situazione. Ho sempre pensato in fondo che il paesaggio mi ha fatto vedere tutto più bello del necessario. Sbagliavo, ho saltato il fiumiciattolo e mi sono bagnato i piedi, ho amato Ollie e ho sofferto tanto, così tanto che sono cambiato; ho fatto soffrire tutti coloro che mi hanno amato restituendo in alterigia, superficialità e inconsistenza; ho così creduto in te e nelle tue ambizioni da lasciarti andare via con quello che ti avrebbe dato quello che volevi per davvero – i soldi! Poveri voi che brutta vita fra le tue corna gay e conseguenti risse, lui ubriaco tutto il giorno e tu scocciato anche dai  soldi, che brutta vita vi siete cercati!

Mi sono fatto da parte dopo sette anni di amore senza una parola, ho speso tutto il mio amore possibile, non ce ne sarà più per nessuno anche se Monica sostiene che l’amore vero arriva due volte nella vita e, quando sono di buon umore, penso al prossimo; sono scappato dalla provincia verso la città ubriaca di luci e di notti folli anche per colpa tua, ho vissuto varie vite spesso sbagliate.

 Non ho mai dimenticato quante corse folli per te, quante cose inutili ho fatto e tutto mi è tornato alla mente in quel pomeriggio di reciproche sincerità; ti volevo fare pagare tutto e non capivo che stavamo pagando entrambi un prezzo che nessuno aveva stabilito, ma che tu, come sempre, hai accettato!

La banalità del bene

Mi sento soffocare dal bene che mi circonda da sempre. È una specie di cappa che mi ha riempito  di debiti, di doveri, di pensieri di riconoscenza, di ricatti, di dipendenze e quindi di dolore. Il bene mi fa del male. Del resto non ho potuto scegliere a fronte della mia indecisione costante per tutte le scelte, le amicizie, il mio atteggiamento supino alla vita; mi sono sempre fatto voler bene per ignavia e non per scelta. Non ho fatto mai nulla per spingere qualcuno a volermi bene, ho semplicemente accettato il bisogno degli altri di volere bene a qualcuno. Sono stato il riempitivo di vite vuote, il desiderio di vite sbagliate, il ricordo di vite lontane e non sono mai stato io, alla fine. Sono stato trattato come un cucciolo tutta la vita perché non sono mai cresciuto davvero, sono diventato vecchio solo nell’involucro, ma non nella sostanza. Ancora oggi mi capita di sentire un fremito profondo, un brividino, una gioia saettante, quando qualcuno dice di volermi bene o mi apprezza solamente o mi mette un like. Continuo a farmi voler bene per quello che rappresento di volta in volta davanti al pubblico sempre differente e che mai si mescola per ovvi motivi; emergerebbero sfaccettature che forse non mi farebbero poi essere benvoluto del tutto.

DIETRO LA GRATA

Emma l’aveva salutata semplicemente voltandole le spalle come era sua abitudine da sempre.

Anche adesso nell’ora dell’addio definitivo nessun gesto pacificatore. Bianca era rimasta a guardarla e ad aspettare che dietro di lei si chiudesse per sempre la porta del chiostro.

Poche parole prima del silenzio a cercare di riannodare i fili che la vita, le scelte o un demone nascosto avevano confuso per sempre.

“Vorrei solo il tuo perdono. Non lo merito , non fa parte del gioco, ma tu ora non fai più parte di questo mondo ed i suoi giochi ti sono lontani. Per la mia pace, che non sarà mai pari alla tua, non posso andarmene cosi’!

Emma l’aveva guardata e lei non aveva saputo leggere il suo sguardo: le pareva che il ghigno beffardo che ben le conosceva non la avesse abbandonata nemmeno adesso.

 Il gioco del mondo doveva continuare: un vincitore ed un vinto e a soccombere adesso doveva essere lei.

Passarono dieci anni. Nessun filo riannodato, niente che avesse riallacciato le vite delle due sorelle: quella di Emma al riparo, dietro la sua grata, dalle brutture del mondo e quella di Bianca che dal mondo aveva cercato di cogliere a piene mani.

E adesso quella lettera inaspettata che Emma aveva ricevuto nella quale Bianca chiedeva di poterla incontrare, davvero per l’ultima volta diceva. Si era chiesta che cosa ancora potesse volere da lei, che cosa ancora fosse rimasto in sospeso. Tutto quello che poteva portarle via già glielo aveva preso: l’amore, la giovinezza, la gioia. E lì l’aveva segregata perchè se era in quel luogo senza tempo, era lei che ce l’aveva buttata: lei e lui, lui che non aveva più nemmeno un nome,  nemmeno nel pensiero.

Di chiedersi cosa volesse non aveva smesso fino a quando se l’era trovata davanti invecchiata e spenta.

“Lui non c’è più” le aveva detto con la voce ferma che non si aspettava. Immobile, gli occhi fissi nei suoi.

“Sono qui per chiudere il cerchio e i conti, per riaffidarti tutto quello che ti ho portato via.

 La parte migliore di noi è rimasta dietro quella grata, questo continuava a ripetermi lui. La parte migliore, quella a cui appartengo anch’io e lo comprendo solo adesso.

E qui, adesso, quell’amore che ti ho rubato ti riconsegno perchè sia tu a conservarlo, te lo meriti. Io merito solo oblio, senza ricordi, un futuro breve e doloroso”

Adesso era Emma a non riuscire a rimanere immobile, gli occhi velati che seguivano Bianca, le mani avvinghiate alla grata.

Dietro ai vetri fumosi penso al buco nero…

al centro del giardino fiorito dei miei nonni e mi sento triste. Mi ha sempre spaventato quel pozzo basso e quadrato pieno di acqua nera, ferma – a volte seduto sul bordo aspettavo il baleno rosso dei pochi pesci dorati, il colpo di luce mi riportava alla realtà e la paura del nulla riemerge ancora di colpo, perché ci deve essere un buco nero in quel giardino solare, sicuro e fiorito?
Ho adulato, ascoltato, risposto, interrogato tanto per esserci. La piazza rettangolare è maggiormente popolata ai bordi dove si posizionano le varie componenti della società carpigiana che osserva e critica in maniera centripeta , con la loro visione centrifuga delle cose, che quindi non trovano posto ai lati.
Nulla cambia dal gioco dei quattro cantoni, da bambino ad oggi, chi è al centro cerca un angolo nel quale rifugiarsi e per il quale essere simile agli altri tre, il centro è più scomodo, devi correre, usurpare, spesso per niente; ancora non credo che si possa scegliere di stare nel centro, ci si trova e basta, per cui diventa una piacevole abitudine alla diversità.
Da quando abbiamo fatto la manifestazione in favore dell’aborto possiamo solo stare al centro della piazza, tutti ricordano le nostre urla in mezzo al silenzioso corteo diretto in Duomo, in classe noi adesso siamo diventati i colti coraggiosi che poi vivranno a Bologna, sono sempre stato fra i diversi, una spanna sopra ai compagni finiti in banca, io ne sono scappato. In realtà andavo a Bologna con la cinquecento bianca a cercare sesso con altri uomini, ho frequentato battuage, locali, feste private e pubbliche, ma ho trovato solo sesso, ma nessun uomo.
Ci fermiamo davanti al teatro dove albergano i carpigiani colti, al bar Milano ci sono i carpigiani proletari, al bar Dorando i carpigiani belli e maledetti, al bar Roma i carpigiani che ci si credono, i convinti (stupidi e felici del proprio essere desertico)
Le sere d’estate sono il punto di massimo relax delle giornate calde e umide; si alza un venticello che asciuga e rinfresca, la sera resterà per sempre il momento più bello della giornata, un punto fermo nella mia vita sarà il dopo spiaggia e la doccia che arriva la sera come premio alla pelle arrossata, la sera che ti libera dalla quotidianità, dai doveri, la sera porta molte cose piacevoli, i flirt nascono la sera col buio che uniforma tutto e, soprattutto tutti.
Ho sempre cercato l’amore che non ho mai trovato, ma ricordo solo ora mia nonna che sussurrava:
«fai finta di niente, fai vedere che sei disinteressato, guardalo con distacco e solo così arriverà, se lo cerchi lui scappa perché l’amore non vuole essere diretto nè direzionato, arriva solo quando  e se ti sente libero»
La nonna però dava anche consigli sbagliati forse in buona fede, cercava di  crearmi paraventi dicendomi:
«ti auguro la fortuna delle brutte che appena trovano un pollo se lo tengono stretto, sono formichine loro ….. le belle sono falene incontentabili che volano di fiore in fiore senza accontentarsi mai», avrei dovuto capire che le falene non volano di fiore in fiore, ma muoiono bruciate dalle lampadine nelle sere d’estate.
Sono ancora single e molto bruciacchiato.
L’autostrada A14 è finalmente deserta quasi come la mia vita da almeno dieci anni o giù di lì. Come unica compagnia una certa idea di depressione mai chiarita né definita, lei c’è e riempie i vuoti come un hobby. Abbiamo raccolto e provato molti farmaci e ce li siamo scambiati come si fa con le figurine, non volevamo imparare a soffrire, a non dormire e quindi pasticche per dormire, per svegliarci, per trovare coraggio, tutti così gli anni dell’università, passati a cercare di prolungare la vita bella, quella spensierata: quando esci dalle scuole elementari ti senti bene, poi alle scuole medie sei daccapo, l’esame di terza media ti fa sentire un gigante, poi il liceo ti risbatte in fondo, il diploma superiore è un passo enorme, poi l’università è una botta, non hai una classe, non hai un professore di riferimento, sei solo fra soli, poi ti abitui, conosci, frequenti, ami e capisci che finirà e sfocerà nella vita vera, penso che i fuori corso tentino solamente di non crescere, di non spiccare il volo; non li ho mai capiti, ma li ho frequentati per comodità, erano i più disponibili al nulla…………………..

dopo un periodo di silenzio……

Lia al volante fuma, nella 500 blu siamo stretti, ma ci piace, come ci piaceva scambiarci gli scooter per sentirci più amici; lo facevo spesso con Mara tornando dal maneggio; io le davo il Ciao, lei il Trotter con il motore davanti, mi piaceva sentire  la ruota davanti che tirava il tutto, compresi i miei pensieri, mi sentivo leggero, di polistirolo, rigido, ma leggero. Marco me lo aveva detto mentre passeggiavamo per il centro di Modena, eravamo lì, ma lontani da tutti a vivere quella tensione che precorre le dichiarazioni.

Quella tensione rigida che ho sempre avuto. Da piccolo facendo le foto sul ponte del fiume Lama restavo immobile e duro con le mani appoggiate alle cosce, un unico pezzo; usavo la rigidità per celare la diversità.

Ero molto diverso dagli altri bambini, io non mi sporcavo mai, con le scarpine bianche uscivo di casa e con le scarpine ancora bianche ritornavo; mi sedevo esclusivamente su muretti puliti all’oratorio del cinema Eden per non macchiare i pantaloncini beige, non mi lasciavo toccare con le mani sporche di marmellata dai miei coetanei; lo facevo per la mamma, per non deluderla, per avere il suo amore.

Ancora non sapevo che lo avrei avuto comunque il suo amore grezzo, duro, ma profondo.

Anche mio padre era parco di attenzioni superficiali, ma pieno di amore profondo; da lui ho imparato che le chiacchiere non portano a nulla, i fatti contano nella vita, solo i fatti. La concretezza di quella campagna è entrata in tutti noi, la forza controllata di quei fiumi ci ha fatti crescere con lo stesso senno, l’amore per quei posti ha riverberato l’amore per il resto della mia vita: un amore eroico, struggente come lo sono le giornate torride, il caldo alza un muro attorno a te, non ti lascia scampo, ma ti rende pronto a quelle stesse strette che la vita ti offrirà.

E allora tu potrai reagire in due modi entrambi dolorosi, potrai rompere la campana di vetro che ti protegge e quindi esporti o potrai viverci sotto; io scelsi la seconda opzione e capii questo quanto Paolo, guardandomi sul bus 25, riferì ad Antonella che sembravo finto, sembrava che la gente non potesse interagire con me, ero come fasciato di plastica trasparente e niente poteva scalfiggermi, allora lo presi come un complimento, oggi mi costa in analisi per cercare di uscire dal bozzolo a 56 anni.

1. La struttura del domani

L’autostrada è finalmente deserta quasi come la mia vita da almeno dieci anni o giù di lì. L’unica compagnia ….  la depressione,  ma in forma lieve e mai chiarita né definita, so che c’è o è solo la mia idea di depressione che  riempie vuoti particolarmente rumorosi?

 Le strade sono come il mio presente; piene, ma di gente vuota, di auto piene di persone dagli sguardi svuotati, senti che ti guardano senza vedere che ci sei e che urli il tuo bisogno, la tua voglia di loro, sorpassano e vanno, non li rivedrai mai più, non resta niente, vuoto, pioggia, sole, strada, autostrada, casello, verde, un cimitero, gente che rincorre una palla….niente.

Mi sento così da quando ci siamo staccati senza un perché, in amicizia, allegramente, stanchi ed esausti; diciamo che il tuo vuoto che mi hai trasmesso, senza cattiveria e senza la voglia di darmelo, si è nuovamente riempito con il vuoto abituale alla mia anima, vuoto su vuoto; vuoto contro vuoto.

Il nulla che porta la pace non è mai arrivato, sono pieno di vuoti rumorosi che nemmeno posso rendere ad un’idea pianificata di vita, ad un’idea abitudinaria di vita, ad un’idea di vita almeno, sono solo ricordi più o meno lontani e vaghi, più o meno chiaro scuri, più o meno…… in fondo è vero che a furia di voltare pagina finisce il libro!

Le pieghe dell’esistenza ci hanno separato come quelle dei tessuti separano fra loro le valli della morbidezza prima della stiratura; sensazione di abbandono che subentra all’abitudine, al vuoto, piega/liscio/piega/liscio e poi tutto liscio, morbido come il senso di abbandono, come la solitudine cercata agli inizi è gioia, poi tristezza, ossessione, malessere. Ho solo nostalgia del futuro,

l’ansia sociale – dolore e morte

La fobia sociale, detta anche disturbo d’ansia sociale, è un disturbo che si trova nel capitolo dei disturbi d’ansia del DSM-5 (tra cui ricordiamo il disturbo da attacchi di panico e il disturbo d’ansia generalizzata). La fobia sociale è un disturbo caratterizzato da paura molto intensa che riguarda una o più situazioni sociali ben definite (ad es. parlare in pubblico, mangiare in pubblico etc.). Spesso le cause della fobia sociale riguardano comportamenti appresi (ad es. avere sperimentato situazioni pubbliche umilianti, essere stato oggetto di aggressione etc.) oltre a pensieri disfunzionali relativi a se stessi e agli altri. La cura della fobia sociale prevede la psicoterapia, la terapia farmacologica o entrambe.

Fobia sociale

La caratteristica principale della fobia sociale è l’intensa paura o ansia di situazioni sociali in cui un soggetto può essere osservato da altre persone. Chi soffre di fobia sociale infatti vive reazioni emotive intense collegate ad alcuni contesti sociali, nei quali il soggetto ha paura di essere giudicato in modo negativo. In genere la paura collegata alla fobia sociale è quella di essere visti come persone deboli, ansiose, non equilibrate, stupide, noiose o comunque giudicate negativamente. La paura porta ad evitare luoghi e situazioni che potrebbero attivare i sintomi ansiosi. La persona così riduce sempre di più le attività, i luoghi e le situazioni quotidiane, innescando un circolo vizioso che porta ad un peggioramento del quadro fobico e a una importante riduzione della qualità di vita.

Parlare in pubblico è la più frequente e diffusa fobia sociale specifica. Ma qualsiasi situazione sociale può diventare fobica. Spesso l’ansia si presenta in modi anche molto differenti tra loro. Chi soffre di fobia sociale può infatti lamentare, per esempio, ansia anticipatoria caratterizzata da uno stato ansioso permanente, che dura molte settimane, prima di un evento sociale temuto. Oppure può presentarsi in modo più intenso, ma meno duraturo nel tempo, come ad esempio un forte attacco di panico collegato ad una situazione sociale temuta.

Fobia sociale, età d’esordio e prevalenza

La fobia sociale è più diffusa di altri disturbi psichiatrici. Si stima infatti che circa il 7-13% delle persone sperimentino, nell’arco della loro vita, i sintomi di questo disturbo (Keller MB, 2003Schneier, 2006). L’ansia sociale può presentarsi in comorbilità con altri disturbi psichiatrici, in particolare altri disturbi d’ansia e disturbi depressivi.

La fobia sociale esordisce in genere nella prima adolescenza (Stein, 2008) ed è presente in misura maggiore nel sesso femminile (circa il 60%) rispetto a quello maschile (Ruscio et al., 2008). L’ansia sociale, così come molti altri disturbi d’ansia e dell’umore, è correlata a problematiche sociali (ad es. ridotta produttività lavorativa) e ridotta qualità della vita (Stein, 2005).

Sintomi e diagnosi del DSM-5

La fobia sociale compare nel DSM-5 nel capitolo dei disturbi d’ansia. Viene definita da un’intensa paura e ansia collegata ad una o più situazioni sociali. Spesso la fobia sociale può riguardare interazioni sociali con persone conosciute e non conosciute, situazioni nelle quali si può essere osservati o quando si agisce una prestazione davanti ad un pubblico (ad esempio parlare davanti ad un gruppo di persone).

Secondo il DSM-5 inoltre per fare diagnosi di fobia sociale è necessario che la reazione fobica sia presente da diverso tempo (almeno sei mesi), sia intensa e sproporzionata. Inoltre il disturbo deve provocare un significativo peggioramento del funzionamento del soggetto (ad es. attraverso comportamenti di evitamento) e della sua qualità di vita.

Il DSM-5 inoltre definisce due tipologie di disturbo d’ansia sociale. Se infatti i sintomi si presentano solamente quando il soggetto deve effettuare una performance pubblica (come parlare in pubblico) allora si parla di “disturbo d’ansia sociale correlato alle performance“. In genere questo tipo di disturbo può essere diagnosticato in musicisti, ballerini, atleti etc. In casi in cui invece il disturbo si presenti anche in altri contesti sociali allora si utilizza la denominazione semplice “disturbo d’ansia sociale“.

Cause della fobia sociale

Le cause che portano a sviluppare una fobia sociale non sono ancora del tutto comprese. Come per altri disturbi psichiatrici comunque le cause del disturbo sono multifattoriali e comprendono una vulnerabilità temperamentale, eventi di vita avversi e situazioni sociali predisponenti.

Come per le fobie specifiche anche l’ansia sociale sembra essere collegata a comportamenti appresi in passato, in genere in età infantile, in persone predisposte. Esperienze negative nel passato, come essere oggetto di umiliazione pubblica, o di critica o di aggressione possono portare a sviluppare il disturbo.

Le persone con fobia sociale spesso sono caratterizzate da una bassa autostima e alti livelli di autocritica (Cox BJ et al., 2004) elevata paura del rifiuto e del giudizio altrui.

L’esposizione graduale

Una delle strategie terapeutiche, secondo l’approccio cognitivo-comportamentale, è l’esposizione graduale del paziente a contesti fobici temuti. Così come per le  altre fobie, anche per la fobia sociale l’esposizione prolungata allo stimolo temuto produce una graduale de-sensibilizzazione con riduzione dell’ansia.

Si invita quindi il paziente, gradualmente, ad esporsi a situazioni sociali temute. Con il progredire delle esposizioni la reazione ansiosa tende a ridursi e il paziente riesce ad affrontare più serenamente i contesti sociali temuti. In aggiunta alle esposizioni graduali si insegnano pratiche di rilassamento e di meditazione (come la mindfulness) per modulare le proprie risposte emotive.

La ristrutturazione cognitiva

Altro aspetto della psicoterapia cognitivo comportamentale per la cura della fobia sociale è la ristrutturazione cognitiva. Attraverso il colloquio, le pratiche di mindfulness ed esercizi foglio matita lo psicoterapeuta aiuta il paziente a diventare consapevole e successivamente a modificare i pensieri irrazionali che sostengono il disturbo.

Vengono identificati pensieri automatici del paziente come ad esempio “non piaccio a nessuno”, “sono una persona noiosa”, “gli altri non mi accetteranno mai”. Una volta identificati si cerca di modificarli con pensieri più realistici e funzionali.