Orgoglio – Coraggio – Azione

Orgoglio – Coraggio – Azione

Cari miei ragazzi, ho voglia di scrivervi anche questo.

Io sono stato messo in collegio a 5 anni e abbandonato lì. al collegio venivo picchiato da suore sadiche, punito quando facevo la pipì a letto facendomi andare a scuola con le mutande pisciate in testa, prima di ciò ho anche potuto assistere a violenze domestiche quotidiane e massacri fisici che ancora ricordo. poi sono stato portato in Germania dove abitavamo in 5 in un monolocale.

La notte a quell’età venivo abbandonato perché gli altri andavano a bere al pub e io me un cane sul balcone gridavo mamma ogni volta che vedevo dietro l’angolo aprirsi la porta della birreria nella speranza che mi sentissero. Poi prendevo le botte perché avevo creato imbarazzo con il vicinato.
A scuola prendevo botte, dai fratelli prendevo botte, ad esempio per insegnarmi la tabellina venivo bloccato tra le ginocchia e prendevo schiaffoni ogni volta che non rispondevo giusto e così via, poi sono finito a fare, dagli 8 agli 11 circa, il lavoratore cinese per mia mamma, lavorava a cottimo davanti ad una macchina da cucire e nel mentre i bambini giocavano dopo scuola io stavo davanti a quella macchina da cucire a fare le rifiniture per dimezzare i tempi di lavoro nel mentre la maniaco depressiva alcolizzata mi sputava in faccia, mi insultava e picchiava, regolarmente.
Riuscivo a mettere da parte qualche risparmio e lei me lo rubava. Poi arrivava il Natale e niente regali con la giustificazione che ero stato CATTIVO. Il contorno botte non è mancato, mai. Ho fatto la cacca nelle mutande fino agli 11 anni finché, per curarmi, la mamma ha messo tutte le mutande in una vasca da bagno e me le ha fatte pulire a mani nude.
Poi le è venuto in mente di aprirsi un ristorante, tra un uomo e un altro che mi faceva da padre di turno, ma io ero l’elemento di disturbo per il loro amore passionale di turno, in tutto ciò il sesso era all’ordine del giorno tra fumetti e dildo che si trovavano in giro, con l’autorizzazione materna al mio pestaggio per dare una mano, un impronta maschile alla mia educazione.
Prima di questo ristorante venivo lasciato solo in Germania per giorni e giorni perché lei andava in Italia a fare le ferie da sola, tanto come mettermi qualcosa in tavola e come pulire me lo aveva ben insegnato, quindi al ristorante inizia la mia precoce esperienza di abile lavoratore cameriere. Gli altri giocavano io lavoravo fino alle 23.30 per alzarmi la mattina per andare a scuola con il bus delle 5.30 e tornare a casa per pulire il ristorante. Come dimenticare tra ubriaconi tedeschi, insulti e lamentele, l’acro odore di fumo che condividevo, botte all’ordine del giorno per fare sfogare la frustrata maniaco depressiva alcolizzata che passava notti post chiusura a giocare a poker o scopare; ricordo bene una volta che tornai a casa da scuola un pomeriggio e, con quel suono da sirena incantatrice vittima, mi indusse a pulire dall’orinatoio il vomito lasciato dall’ennesimo ubriacone di turno a mani nude.
È così che si trascorre la mia infanzia. Lo sanno tutti. Lavorare, pulire, essere picchiato e sentirsi dire di essere una merda. Non mi meraviglia oggi il fatto che arrivato ai 13/14 anni della mia gloriosa vita in cui ero anche un bravo scolaro, ho ingoiato le pasticche del padre di turno con problemi cardiaci malato a manciate per morire, e che purtroppo mi venne in mente di non fare incolpare mamma o fratello nel paese della mia morte e confessai il gesto. E non fu sperma quello che ingoiai. Quello dopo tra le ferite della vita e l’amaro. Le prime parole di mamma furono: ecco lo ha fatto apposta, mentre sulla scala seduto quasi morto con il cuore che schizzava come un pazzo, prega come vittima lei, vittima del mio gesto, i clienti di chiamare un ambulanza. Lavanda gastrica, ricovero, fratellino che arriva dall’Italia e che trovo al mio risveglio al capezzale che mi dice che sono perfino finito sul giornale e che vergogna. Infatti anche il catechista per la cresima mi sgridò violentemente per il gesto compiuto come una colpa mortale e ci volle tutta la mia abilità per convincerlo a farmi fare cresimare.
I bambini dimenticano in fretta. La vita, se vita si poteva chiamare, è andata avanti così qualche anno. Per fortuna che c’era Sabine Gerstacker che mi faceva dipingere, quando potevo mi portava con loro grandi e colti in giro a mostre, in musei e mi ascoltava. Chiamate quotidiane dalla cabina telefonica che ascoltava. È dopo quello di mio fratello l’unico numero che ricordo a memoria. Da sempre.
Poi chiuse il ristorante, ci trasferimmo nelle adiacenze e per me, una bellissima stanzetta in una cantina con le mura di cemento armato grigie senza finestra ma con un neon, mamma nella stanza da letto e Davide il figlio prediletto in quella a pianoterra. Io in cantina. Botte, pulizie, scuola. La vita procedeva così.
Avrò avuto 15 anni circa quando mamma scappa indebitata dalla Germania in Italia alla ricerca di un uomini da cui piazzarsi a mezzo agenzie matrimoniali. Io resto solo là con mio fratello che mi concede, durante la convivenza la sua stanza mentre lui al piano superiore con la sua ragazza, l’austriaca amica di famiglia. Io facevo da donna di servizio, cuoca, e punita con botte se c’era polvere in giro, che veniva controllata in stile militare. Poi però dovevo togliermi dal cazzo il pomeriggio del fine settimana se dovevano stare soli e scopare o mangiarsi la torta a cui spesso non avevo diritto. Sempre botte, si intende.
Nel frattempo che volete, l’avevo una casa: la scuola, la pittura, dipingevo. A scuola recitavo. E se non ero a casa ero in salvo. Ero almeno benvoluto. Quando me ne tornai in Italia fui lasciato sul piazzale della stazione di Rosenheim a prendere il treno con 10 di bagagli nei quali iniziai a portarmi dietro la mia misera vita. Me li trascinai al binario e mi aiutarono immigrati a caricarli. Il bene più caro l’ho sempre avuto da estranei.
Correva il 1985 o 1986. Si arrabbiò molto la coppietta perché con la mia partenza andava in fumo anche l’assegno di assistenza, che all’epoca non era una cifra irrisoria, anzi…. Ma in compenso mi fu poi rinfacciato che tra i miei libri restituiti alla scuola UNO manca e che lo dovettero ripagare.
Finii a Bologna con il secondo marito di mamma, a fare senza una terza media, il lavoratore al ristorante su a Monghidoro che si fece aprire dal marito che poi tentata di strangolarla e violentarla, come da buon contadino gli avevano consigliato, le tagliava i freni della macchina e mi scaraventava come un sacco di patate mentre tentavo di difendere mamma.
Poi mi manda da mia sorella, che chiarisce subito: non puoi oziare, il papà tornato ricco non ha più soldi perché si è bruciato tutto anche finanziando gli altri due figli, e ora lavori. Il papà che raramente avevo avuto e visto, mi porta con se un paio di giorni sul litorale adriatico, si ferma ad ogni albergo e ad ogni receptionist chiede: questo è un disperato che ha bisogno di lavorare, qualunque lavoro. Nessuno fu disposto a darmelo, ma a mezzo di conoscenze lo trovò un posto e io fui piazzato. Ben duecentomila lire al mese in nero per 6 giorni di lavoro, e con due paia di pantaloni neri un paio di scarpe nere, qualche indumento intimo due camice bianche di terital ero pronto al servizio. Poi si decise se farmi fare l’accademia militare o la scuola alberghiera. Beh, tra volere fare lo stilista e il pittore e decidere se fare il cameriere o il soldato, dovetti scegliere il cameriere.
Ero omosessuale e spaventato dalla vita da tutta la vita. In hotel trovai la famiglia temporanea tra i servi come me, nelle cantine in cui venivamo alloggiati a dividere un bagno in non so quanti. Poi mi trovai un posto in cui abitare, a Teramo, con un vicino sposato con figlie che me le offriva o entrava in casa a fissarmi mentre facevo la doccia e ci provava a incularmi. Scappai da lì. Imperdonabile errore. L’estate dopo, ormai ero grande avevo almeno 17 anni quindi, dopo che mi feci la stagione estiva per sopravvivere all’inverno successivo per pagarmi un convitto che per il primo anno mi fu finanziato con 60000 lire al mese dal terzo marito, questo danaroso, della mia cara pazza mamma, non trovai un posto dove poter andare a vivere.
In verità potevo svernare dal lunedì al venerdì in un tugurio. Me lo ricordo, sullo stesso piano di quello che mi si voleva fare, senza riscaldamento, con finestre dai vetri bucati e infissi del 1900, un water montato su un terrazzino con quattro mura di mattoni a vista, un rubinetto di acqua fredda, un fornello a gas. Mi nutrivo di latte con biscotti da mille lire e zucchero, ci facevo un pastone e mi mangiavo quello. Quando avevo soldi potevo andarmi a fare una doccia al diurno in piazza a Teramo. Ma persi anche il tugurio. Per questioni famigliari insomma finì d’essere di qualcun altro. Comunque qualche parente di domenica mi invitava ogni tanto a mangiare.
Raramente mi presentavo senza il vassoietto di pastarelle e per ripagare la cortesia di non essere solo e stare al caldo, facevo da dama di compagnia allo zio Nino mentre girava per i paesi a piazzare cantanti per le feste come impresario. Non sempre. Provavo vergogna. Il convitto non andava più bene. Non avevo un posto il fine settimana, con quei soldi raccattati lavorando come un mulo d’estate, poi pure prestati al famoso fratello e restituiti centellinati, mi trovò una stanza con studenti universitari un’amica di mia cugina prima che tornassi dalla Romagna per fare il terzo anno di scuola. Non avevo una lavatrice per cui la sorella che una volta alla settimana per il primo anno di scuola mi lavava gentilmente i panni, ma ricordandomi sempre che mi toglieva la merda dalle mutande quando presenziavo in casa sua come ospite, estremamente sgradito, ma anche lei non c’era più dopo l’ultima spinta che mi diede e caddi e si vantò che con una spinta “l’impapito l’ho so rivuddicato”. Poi il militare, poi vivere in case una più squallida e lurida dell’altra con un titolo professionale raccattato a stento, sono riuscito ad andare avanti.
Trovai un posto come impiegato, dove tentati la mia fortuna abitando in provincia di Bologna in un altro tugurio in cui pagavo poco. Questo dopo avere ricevuto per grazia divina un posto da postino dal terzo marito di mammà che aveva pietà per me ma che quando litigava con lei, siccome facevo il jolly mi dava le zone più pericolose o faticose mentre quando invece l’amore tra loro andava mi faceva fare i condomini residenziali. Al passaggio tra postino e impiegato fui incoraggiato con magnifiche parole quali…. dove volessi andare che non sapevo fare nulla e se credevo di fare qualcosa nella vita oltre il cameriere.
Nessuno mi voleva, la ragazza con cui finsi di esser etero mi lasciò dopo averle confessato di essere omosessuale, e con la quale mi adoperai a comprare una casa che giustamente era sua. Altra famiglia in prestito.
Seguono altri anni di solitudine estrema, difficoltà economiche, abitazioni squallide tristi, ricerca d’amore in chiunque, mamma, fratello, sorella che mi perdonavano quando tornavo, purché mi mostrassi disponibile a servigi, quindi servizi e ubbidienza muta.
A circa 27 anni entro in alienazione. Mi alzo, mi lavo, lavoro, torno, spesa, cibo, sonno. Sonno, tantissimo sonno. Notti passate in solitudine. Come il resto della vita tranne qualche amicizia del momento idealizzata come famiglia o riferimento affettivo.
Tant’è che ho avuto rapporti sessuali con più gente di quanta ne abbia mai conosciuta in vita mia per colmare l’inesistenza di questa famiglia.
Conosco il mio vero fratello che si adopera a salvarmi da me stesso. E ora sono qui.
Ora, per essere sopravvissuto a tutto questo, che poi è una riduzione di un inferno inenarrabile, mi sono chiesto cosa mi ha fatto sopravvivere.
Intanto l’umanità che ho avuto e ricevuto. L’orgoglio. Una immensa quantità di orgoglio. Immensa. Determinazione. Resistenza. Coraggio. Curiosità.
Rialzate, continue infinite rialzate contro il mondo al quale non ero stato preparato se non per servirlo. Per farmi usare.
Oddio, quante volte mi ha accompagnato la voglia di morire, sempre e costante. Ma poi qualcosa mi impediva sempre di morire.
E se poi alla fine sarebbe andata bene? E il finale del libro della mia vita quale sarebbe stato? Tentavo di uccidermi senza mai riuscirvi. Quel maledetto orgoglio e quella stupida curiosità mi impedivano la riuscita di una morte. Di un riposo.
Ora ho 50, sono ancora qui che curo ferite, ogni tanto si riaprono cicatrici, vecchi traumi sono pronti per essere affrontati e curati. Sono stanco. Il mio corpo riesce ad elaborare così tante emozioni che quando sono troppe mi vengono i tic per scaricarle da qualche parte e in qualche modo.
E nel frattempo do una mano a qualcuno. Che è una cosa sana umana.

Voi l’orgoglio l’avete ma non lo tirate fuori.

E se poi mi morite?

Fine del mio racconto, per voi

Era una giornata di sole invece ci stavo rimettendo le penne

Era una giornata di sole. Ero un bambino di 9 anni circa. Ero vestito con un pantaloncino da ginnastica sportivo rosso lucido, corto, inguinale si direbbe oggi, con righe bianche, come si usava tra gli anni 70 e gli anni 80. Una magliettina blu, credo. Ero magrolino, con capelli marroni lisci. Un pochino lunghetti. Ero gracile. Piccolino. Vivace. Curioso.

Ero al parco giochi. L’altalena, la giostra, il cavallo, quell’asse con due posti agli estremi in cui ci si bilancia in su e giù, la sabbia, una montagnola, prato, alberi.

Ero lì, insieme ad altri bambini. C’erano anche altri bambini. Ero a Freilassing. Abitavo nella casetta adiacente alla casa di Rosmarie in affitto nella Paul Keller Strasse 18. Rosmarie e il marito Otto erano i proprietari della casetta. Rosmarie e Otto mi accudivano quando mia madre lavorava e anche quando non lavorava. In casa di Rosmarie c’era sempre profumo di torta di mele e cannella. Il loro giardino era sempre coltivato e pieno di fiori. Un giardino da mostra floristica. In casa c’erano decorazioni fatte di elementi naturali come fiori secchi spezie e nastri. Di fianco alla loro casa c’era la casetta in cui noi alloggiavamo. Era piccola, ci stavamo in tre, con mia madre, mia sorella e mio fratello. Forse anche un fidanzato. Forse aveva una sola camera da letto. La casetta non profumava, non odorava e non aveva decorazioni.

Era il 1979

Era lo Spielplatz della Schlesierstrasse. Oggi pare sia chiuso. Oggi è il 2020. L’anno della pandemia.

Giocavo nella sabbia. Ero lì mentre sulla adiacente Schleiserstrasse giunsero un gruppo di bambini che tenevano in mano orgogliosi, grappoli di uva. Grappoli di uva nella Germania del 1979 erano cosa rara. E tutti i bambini furono incuriositi dal bottino dei piccoli fieri sulle loro biciclette.

Emerse che furono colte nel giardino di una casa abbandonata. E che ce n’erano altri. Anche io volevo quei grappoli di uva. Ma prima, prima che avvenisse ciò, giocando, un bambino più grande, un bambino di circa 16 o 17 anni che in seguito risultò essere ritardato, giocando, mi sollevò da terra e nel farlo mi toccò nei genitali durante la presa di sollevamento. Il mio piccolo pene si irrigidì. Divenne duro.

Forse è per questo che accadde tutto. Perché ebbi una reazione fisica inopportuna.

Lui era molto più grande, me lo ricordo grosso. Biondo, massiccio.

Mi vergognai in quel momento della mia reazione. Poi si pensò all’uva. Volevo quell’uva.

Ma non sapevo dove fosse. Dov’era quell’uva? E come arrivarci? Io non sapevo dove fosse tra i ritagli di boschi la casa abbandonata. Ma lui si, lo sapeva. Si offerse di accompagnarmi e di portarmici. Io volli andare.

Io sbagliai proprio tutto. Eccitarmi, fidarmi, seguirlo. Tutto. Vaglielo a dire ancora oggi che non avrei dovuto. In fondo avrei dovuto essere più ragionevole.

Andai. Arrivammo. Posammo ognuno la nostra bicicletta. Avrei colto l’uva. La casa era lì. Abbandonata. Oggi mi chiedo se fosse quella la casa dell’uva. A pensarci bene, non ho colto un solo chicco d’uva.

Appena arrivati mi prese in braccio, mi prese in braccio tenendomi forte e fermo tanto da non potermi liberare. Chiesi di farmi scendere ma non volle. Eravamo ancora fuori dall’edificio abbandonato. Entrammo, c’erano le tracce di bruciato sulle mura, stanze nude. Io iniziai a cercare di convincerlo, con calma, di farmi scendere. Non volle, mi teneva in braccio e mi diceva di stare tranquillo e che mi avrebbe fatto scendere. Sapevo che stesse succedendo qualcosa di terribile. Di sessuale. Non dovevo essere lì dentro. Dovevo essere fuori tra i cespugli selvatici abbandonati a raccogliere grappoli d’uva. Invece ero dentro quella casa. Ero lì immobilizzato dalla forza di questo grande bambino che mi tratteneva sospeso in aria da non poter toccare il terreno saldamente.

Entrammo in una delle stanze. Per terra c’era un vecchio materasso sul quale mi adagiò. Ero sdraiato sulla schiena e lui a cavalcioni sopra di me che mi tratteneva le gambette con le sue.

Con voce dolce e scherzosa mi chiese di abbassarmi i pantaloncini. Capii che il sospetto stava diventando realtà. Con eroico fare conservai la calma. Avevo già avuto esperienze sessuali nel collegio di Mosciano S. Angelo, in cui fui lasciato, con un compagno un po’ più grande che mi insegnò alla fellatio. Cioè prendere in bocca il pene e morderlo. Non ero così ingenuo. Avevo visto sin da bambino, nelle culla, fare sesso i mie genitori, e mia mamma nel bungalow del camping Sabbia D’oro a Giulianova era nuda con un uomo mentre io ero fuori che non potevo entrare. E quell’uomo non era mio padre.

Potevo farcela. Stare calmo. Rispondere agli inviti del ragazzo sopra di me dicendogli che me li sarei abbassati se si fosse denudato prima lui. Indossava una salopette, avrebbe dovuto sganciarsi da me mi sarei potuto liberare, ma non funzionava. Insisteva che avrei dovuto abbassarli prima io e fargli vedere il mio pippino. La negoziazione non so quanto tempo durò io ricordo che non ressi a lungo vedendo la facciotta di questo biondo massiccio sopra di me fare moine al fine di convincermi di abbassare i pantaloncini. Perché poi non lo feci? Perché mi rifiutai? In fondo mi ero eccitato io allo Spielplatz. In fondo ero stato avviato già ai giochi sessuali. Perché tutte quelle storie? Non lo capisco ancora oggi.

Dalla negoziazione su chi si dovesse denudare prima, fammelo vedere prima tu, no tu, no prima tu no tu, forse in realtà mi venne ancora una volta duro? Non lo so. Capii che non c’era nulla da fare. Iniziai ad urlare, volevo essere liberato. Volevo essere sciolto. Volevo scappare. Urlavo. Strillavo che volevo andare, che l’avrei raccontato. Oddio, credo. Non so cosa urlai. Non lo ricordo. È passato tanto tempo, le parole si sono perse nella memoria.

So che ad un certo punto sentii le sue mani intorno al mio collo. Che non respiravo più. Vedevo lui, la sua espressione rabbiosa e mancarmi il fiato, non respiravo. Non entrava aria, non usciva aria. Ero bloccato sulla schiena e non c’era aria, aria che entrava o che usciva. Vedevo la faccia rabbiosa sopra di me che mi stringeva il collo su quel materasso in quella stanza.

All’improvviso rallenta la presa. Aria entra nei miei piccoli polmoni. Respiro. È strano come il tempo sia relativo in molte circostanze della vita. Forse sono stati solo attimi o forse un eternità.

Capii che era sconcertato, non sapeva cosa fare. Io non so cosa feci. Non so come reagì.

I miei ricordi riemergono quando poi di nuovo al punto in cui mi ritrovai nella stessa identica posizione in cui mi trovai al nostro arrivo. In braccio a lui, serrato. Forse già nella stanza mi aveva nuovamente serrato a se per uscire dall’edificio. Fermo e bloccato. Questa volta parlavamo. Gli dovevo promettere di non dire nulla a nessuno altrimenti non mi avrebbe fatto tornare a casa. Stoico lo feci.

Risalimmo sulle nostre biciclette. Pedalando piano piano, piano piano. Non conoscevo la strada. Quella è una zona piena di boschi e boschetti. Né all’andata né al ritorno. Dovetti affidarmi a lui. Ma piangevo durante il lento tragitto, piangevo. E quando piangevo questo grande ragazzone mi bloccava la bici e mi diceva che se non smettevo di piangere non mi avrebbe fatto tornare a casa. Io mandavo giù il pianto. Ero abituato questo. Anche la mia mamma mi costringeva a non piangere mentre mi menava e mi menava ancora se piangevo. Ho resistito. Piano piano. Piano piano mi ha permesso di rientrare verso casa.

Arrivammo. Quando mi trovai davanti al cancello della Paul Keller Strasse 18 mi fece andare. Varcato il cancello, percorsi il vialetto che portava alla casetta senza odori e decorazioni adiacente a quella con il profumo di mele.

Entrai. La mamma era nella stanza che dormiva. Iniziai uno straziante pianto credendomi al sicuro. Un pianto liberatorio. Che fu represso nuovamente dalla voce della mamma che mi intimava ad uscire e non disturbarla con i miei pianti, dall’altra stanza, perché certamente le avevo prese ancora dagli altri bambini. Eccome se le avevo prese. Le avevo proprio prese.

Sconcertato uscii. Mi sedetti sulla panchina adiacente alla casetta che guardava il cancello in fondo al vialetto. Ma non riuscivo a smettere di piangere. Un pianto sconcertante.

Sopraggiunse Rosmarie da non so dove. Le lacrime mi impedirono di vedere da dove fosse arrivata. Mi chiese del mio pianto. Io gli raccontai.

Il resto è inutile, un semplice accessorio misto di vergogna, colpa, impotenza, esposizione e mortificazione decorativo su un abito drammatico che veniva riallocato ad ogni cambio di dramma che andò a susseguirsi di lì in poi nella mia vita.

Non ho mai toccato veramente questa mia esperienza, fin quando non mi sono ritrovato ad incontrare una bambina a sua volta abusata. Inavvertitamente, senza preavviso, un incontro inimmaginabile. Che ha risvegliato solidale con lei il mio bambino di allora. Quel bambino a sua volta abusato.

Quel bambino oggi ha paura di essere esaminato da qualcuno più grande di lui, all’università, a 50 anni, anche se l’esaminatore è la persona più dolce e disponibile, anche se è più piccolo di età.

Quel bambino resterà vivo in me. Non lo avevo mai più voluto incontrare ed infine mi è venuto incontro lui.

Il resto è inutile.

Non so se ho scritto questo racconto per cercare di aiutarmi. Non so se voglio implorarmi di credere che non era colpa mia se quel pene piccolo si è eretto.

Ho la sensazione che tutti siano così tanto più grandi e più forti di me.

Non so se riuscirò mai a dare un esame. L’incontro con quella bambina e con me è così recente.

Aspettiamo. Ci vuole tempo. Ci vuole pietà. Ci vuole bene.

Ci vuole consolazione

Mascherina Mascherina

virus

Francamente non so nemmeno quanti giorni e quante settimane sono trascorse. Ormai non è il caso di contare. È il caso di stare qui, fermi, protetti nell’isolamento e sperare che arrivi presto quella salvezza che tutti sappiamo essere un vaccino. Mentre trascorrono i giorni, e nei giorni le ore e nelle ore i minuti, si continua a vivere. Chi cucina, chi pulisce, chi sceglie musica, chi lavora, chi tenta di trovare qualunque passatempo, un atto di recupero di un esistenza trascurata ci vogliamo raccontare. Il più delle persone riescono a comprendere che andare avanti in attesa della soluzione è l’unica cosa da farsi.

Nel mentre guardavo una serie TV divertente americana in lingua tedesca per allenare una lingua che potrà servirmi ancora in futuro su Amazon Prime, che tanto divertente non è stata questa volta, ho pensato distrattamente ai sentimenti della gente. Sui social sono tutti lì esposti. Rabbia contro il governo ladro, frustrazione contro le incapacità degli altri, lo sciacallaggio della politica, la polemica giornalistica.

Il conflitto nel virtuale che si accende e muta nel tempo trasferibile in giorni eterni in cui le evoluzioni storiche avvengono nell’arco di mezza settimana È tutta lì la gente. Siamo lì noi. Nel virtuale preso in prestito dal reale. Persone di ogni livello e ogni genere. Nessuno escluso. E ho pensato che dietro ad ogni torta, pizza, dietro ogni cantata in terrazza, ogni urlo verso il prossimo, la noia, la frustrazione, c’è la verità.

La verità è che siamo tutti spaventati. Siamo terrorizzati. E sappiamo di essere impotenti. Anche se non vogliamo saperlo. Eppure lo sappiamo. Tutti.

La paura che un microorganismo, del quale molti non conoscono nemmeno la morfologia e potenza, invisibile, si insinua in una sola delle nostre cellule, che prende possesso del nostro di organismo che micro non è, possa essere in grado, questo invisibile essere chiamato virus, di ucciderci, ci afferra. Senza esclusione alcuna.

Non sappiamo chi, quando, e se. L’impotenza. Questa c’è dietro ogni nostra manifestazione pubblica celata dalla rabbia, dalla polemica e dall’ilarità. L’impotenza.

Non sappiamo se oggi tocca a me, o peggio, qualcuno accanto a noi. L’idea che la moglie, il marito, il compagno, l’amico, la mamma o il papà, il figlio, il nipote, il nostro medico, il professore, la signora del supermercato, l’uomo che sta pulendo la strada,  che ognuna di queste persone o noi stessi domani potremmo non più esserci, spaventa. Spaventa.

È ammirevole quello che vedo, il tempo e i minuti che trascorrono, tutti spaventati a morte da una fatalità inaspettata, reagire contro la paura.

Una paura mal celata, e poco esposta.

Io ho paura.

E non può esser altrimenti.

Raccontiamocela

Famiglia Vera

I miei familiari sono quelli che, quando sono ammalato, li tratto malissimo, come un bisbetico,

e loro, pazientemente, mi accontentano in tutte le mie folli richieste.

E li ringrazio sempre per questa preziosa concessione.

E so, che la prossima volta che sono ammalato,
posso essere bisbetico un’altra volta.

Perché la vera famiglia non si vede da una scatola di cioccolatini della Ferrero