Pensum di Lucio: Quella di Socrate è stata una bella morte?

Lucio Scarpone

2019/2020 9216 Filosofia

Socrate ha avuto sicuramente una morte non bella. Potrebbe essere ingannevole e fuorviante per rispondere a questa domanda, la sua vita da eroe guerriero ed intellettuale; ma parlando della sua morte, questa è decisamente una morte non degna di tale vissuto. Non tanto perché Socrate non era ben visto ai suoi tempi per l’innovazione che aveva portato nel mondo del pensiero, ma per come sia dovuto morire e abbia voluto morire. Ormai troppo vecchio per continuare a vivere al di fuori della sua città e mentalmente troppo giovane per arrendersi alla sua innovazione intellettuale. ?= non cede in merito alla sua visione etica e alla sua dottrina. Quella resta giovane, viva e costante.

La morte che lascia dietro un uomo simile è presumibile che sia dal punto di vista psicologico, una morte di grande ripensamento, denotato dal fatto che lui stesso sogna le muse che gli indicano “Socrate, fai della musica!”. Perché infine ci si chiede se poi ne sia valsa la pena. Perché non muore di morte naturale, muore in un carcere, è rinchiuso e destinato ad avvelenare il suo corpo. Decade con questa volontà di aderire alla condanna, la volontà stessa di una vita fondata sulla libertà dell’uso della propria esistenza a discapito di ogni tipo di convenienza. È dunque conveniente per un uomo di simile statura essere giudicato imprigionato e avvelenato? No, Socrate non ha affatto avuto una bella morte. La sua non fu la decisione presa da quell’uomo pieno di vigore nel vigore della sua vita, ma riuscì ad essere finito solo infine, e si finì.?? =  Altro non c’era da fare. Se Socrate fosse stato portato in tribunale ad un’età nella quale il suo intero sistema era ancora orientato verso una lotta di altro tipo, quella giovanile (vigore anziano VS vigore giovane); la decisione fu più che sua e della  vita “biologica” di un uomo che a 70 anni tende naturalmente a dismettere la guerra, in tutti i sensi. Fu una scelta sua di mettere la parola fine ad un percorso (eroe conscio di esserlo, ma anche di non esserlo fisicamente più). L’essere eroe non è per forza sinonimo di morire da eroe, si può morire anche perché si è solo vecchi, stanchi di combattere e di difendersi da un mondo, che evolvendosi, non riconosciamo più e che sempre meno si adatta alla nostra visione del mondo stesso.

MOTIVAZIONI AL PENSUM

In merito al Pensum, che si chiede se quella di Socrate fosse stata una bella morte, ho dedotto questa mia visione sulla base di un insieme di scienze che infine mi hanno fatto protendere in tal senso, e cioè che Socrate non abbia avuto una bella morte .

Le scienze che ho unito sono la psicologia individuale, la psicologia sociale, l’antropologia nel contesto politico di Atene del 399 a.C.

Parlando di psicologia sociale ci troviamo ad Atene, come sappiamo, nel 399 A.C.  Dinanzi ad una popolazione, che sta andando incontro a quel declino umanistico, preservato in passato da un concetto politico, democratico. L’individuo pur in nome della pluralità di opinione e del diritto di opinione e da cittadino libero invece scoprì una persistente forma di visione del “vantaggio per sè stesso” sempre di più, e si adegua al fine di sopravvivere, ad un sistema di affossamento verso il prossimo con ogni mezzo, l’accusa di un reato, specialmente. La calunnia.

La società ateniese dell’epoca, quella società che avrebbe dovuto essere in realtà la culla della conoscenza e del sapere e della giustizia (Dike), era formata da una tendenza sociale verso il potere, verso la guerra, verso la corruzione e dunque verso la salvezza di sè stesso contro quella dell’altro con tutti i mezzi. L’etica in un ambiente sociale di questo genere non trovava certo molto spazio.

Tant’è che se i romani avevano le arene nelle quali gli schiavi, i gladiatori, i condannati venivano costretti a lottare tra di loro per sopravvivere o contro bestie feroci, gli ateniesi erano in grado di scaricare catarticamente la loro sensazione di debolezza, trasformata in sete di potere, in un luogo più crudele di un’ arena: il tribunale. A mezzo dei tribunali, che anziché essere diventati mediatori della civiltà affinché essa non implodesse in sè stessa, questi diventano il luogo dello spettacolo dell’esercizio di potere verso il prossimo, il più debole. L’accusato è esposto a tutti, e tutti possono scaricare su di lui le loro “lacune morali”, etiche, sociali, ideologiche uscendone alleggeriti. Una forma di teatro tragico in un contesto reale, dove lo svolgimento non è finzione e dunque il massimo della libidine catartica. D’altronde l’uomo di Atene veniva allevato come l’uomo spartano per difendere la sua città pur essendo cittadino della città della cultura e della filosofia. L’indole bellica del guerriero e dunque verso il prossimo, era parte facente di sé. Di ogni individuo e quindi della massa. La natura arcaica dell’uomo e dunque della società.

Parlando invece dell’antropologia nel contesto politico, evidenzioquesta Atene, così unica nel suo essere democratica, in un mondo in cui la tirannia, la monarchia, l’oligarchia erano le consuete strutture di ordinamento politico e di esercizio del potere.  Pur nella sua unicità come società democratica, Atene non ha potuto evitare, soprattutto seguendo la stessa politica rappresentata dai suoi dèi omerici o cosmogonici così tanto “umani”, di essere una città, incapace di superare il divario tra ordinamento e istinto. Gli istinti dell’uomo a partire da quello della sopravvivenza che si lega all’avidità, per essere muniti di beni che proteggono la sua vita, l’aggressività e l’individualità necessaria a questo scopo, non sono riusciti ad essere prevalenti al concetto democratico in termini pratici nell’Atene di esempio politico dell’umanità. Fortificare l’unione dei cittadini anziché dividerli, non è riuscito nei secoli della democrazia ateniese. Si è generata una competizione sociale non verso il nemico esterno della città, ma anche verso il nemico interno nella città, cioè il proprio vicino e secondo Socrate, se stesso, il daimon individuale dell’ateniese in ogni sua accezione, innanzitutto confutatoria e di coscienza morale ed etica. Atene non aveva investito, nei secoli della sua democrazia, in una vera educazione del concetto di giustizia intrinseca nell’individuo, nei giovani non versa il suo autentico scopo democratico. L’esempio dei padri, del cittadino prossimo, decade nella quotidianità ateniese, nelle strade, nelle scuole, nei tribunali, perché non solo a parole ma soprattutto nei fatti è orientato prevalentemente a sè stesso. I poemi epici e lirici insegnano al greco, all’ateniese che l’uomo è pericolosamente e inevitabilmente caduco e che dunque deve porre attenzione a sè stesso e alla sua proprietà e ai suoi beni in una società individualistica ancora mascherata da democrazia. Politicamente l’Atene della Grecia di allora, quella di Socrate, aveva perso da tanto, quella visione germinale di grandezza sociale, trasformandosi in un agglomerato ove la disumanità vigeva in ogni angolo delle strade basata sulla la legge del più forte.

Ora invece affronto il lato della psicologia individuale e parliamo di Socrate. A seguito della psicologia sociale e l’antropologia nel contesto politico ateniese di cui ho scritto sopra, ipotizzo che l’insieme della psicologia sociale è costituita dall’insieme di una psicologia individuale; l’individuo ateniese viveva in un mondo strutturato da due paralleli, in cui una linea era strutturata su principi di condivisione del sé nella massa a mezzo del diritto di opinione, della mutua assistenza del prossimo e della giustizia che possiamo chiamare democrazia,  mentre l’altra linea invece era rimasta ferma sull’antropologica essenza arcaica dell’uomo che, nel suo insieme, deve sopravvivere giorno dopo giorno non così protetto come avrebbe dovuto secondo la linea della democrazia. Queste due line si erano ormai avviate ad un percorso in cui il punto di incontro non sarebbe mai avvenuto.

A tal proposito l’approfondimento è doveroso verso uno specifico individuo della città di Atene del 399 a.C., che è l’oggetto del pensum e cioè Socrate.

Socrate è un ateniese allevato da un bravo lavoratore, sicuramente dai principi morali sani ed una brava lavoratrice dai principi morali altrettanto sani. Pur non essendo di famiglia abbiente o nobile acquisisce conoscenza, oltre il consueto addestramento alla difesa della città che ne fa di lui un guerriero.

Suo padre è uno scultore che maneggia pietra, materia dura e la trasforma in una forma che è morbida e piacevole e dunque il ragazzo guerriero incontra la bellezza derivante dalla durezza di una materia plasmata dall’uomo, mentre invece d’altro canto è influenzato dall’altra figura della sua vita che è sua madre, capace di partecipare e contribuire alla nascita della vita. Indubbiamente, posso presumere che Socrate avrà visto, essendo presente, sua madre gioire quando la nascita era avvenuta senza problemi, così come avrà partecipato al dolore quando invece queste nascite finivano con un morto, che fosse esso l’infante o che fosse la madre. Parliamo di una società antica, dove il parto era una scommessa con la morte. Qui si sviluppa già un Socrate capace di valutare le dicotomie dell’esistenza. Durezza e morbidezza, gioia e dolore, vita e morte. Qui inizia già il suo percorso, dell’opportunità della ragione di una scelta, di fronte ad una condizione. Posso ipotizzare che la sua necessità di ricerca confutatoria possa nascere proprio da queste esperienze dicotomiche che richiedono la capacità prospettiva di accettare contestualmente le verità della vita attraverso la comprensione. Un pezzo di marmo non è solo materia dura ma sarà oggetto di utilità al piacere se faticosamente lavorato, la vita perduta è da accettare a fronte di una vita nata.  

I paralleli citati, in Socrate si incrociano e smettono di essere paralleli dopo molto tempo. La ragione che porta ai principi arcaici della democrazia di Atene incrocia il lato umano istintivo dell’uomo che genera una messa a conoscenza di sé che ambisce alla via giusta. Al bene per sè e per gli altri per mezzo della comprensione e della verità ottenuta dall’incrocio dei paralleli.

Educato al rispetto da genitori onesti in una società non tanto rispettosa del rispetto stesso, esso compie i suoi doveri andando in guerra dove, per sopravvivere, deve uccidere altri uomini e dove la sua tendenza all’onestà e al dovere si sente difendendo i cittadini  di Atene, mettendo a rischio anche la propria vita; ciò viene anche dimostrato dal salvataggio del suo compagno di battaglia che Socrate considera una naturale forma di essere e non qualcosa da premiare e di cui farsi vanto. Salvare il prossimo è un dovere umano, razionale e quindi morale ed etico e non un vanto con cui fregiarsi.  

L’incrocio dei due paralleli trasforma Socrate in un essere ateniese unico, l’atopia socratica appunto.  Come Prometeo da solo sfida tutti gli dèi portando il fuoco agli uomini, egli cerca, da solo, di portare agli uomini ateniesi del suo tempo quel lato loro che non gli permette di essere in contatto con quella linea dai principi morali sani di un’ Atene politica, istituita molti anni prima, che era andata perduta nel tempo. Come Prometeo sarà punito, ma come uomo non sarà salvato da un semidio, da un eroe.

Dedica tutta la sua vita nel tentare di educare gli altri con le sue confutazioni esplicative, mostrando ai suoi concittadini un limite individuale da superare, invitando alla modestia e umiltà indirizzate alla crescita costante del proprio essere. Al fine di divenire persone migliori psicologicamente, per sé e dunque per gli altri, implementando così, in una psicologia sociale disgregata in semplici unità, l’essere individuale di una società proiettata alla comunità che si è andata a perdere nei secoli.  

A tal fine Socrate affronta la povertà, rifiuta i privilegi, vive con la stima di pochi e lo scherno di molti, lotta come lottava nelle sue guerre fino all’ultimo, difendendo i suoi principi. Li persegue giorno per giorno a discapito anche della sua vita personale. La moglie non è proprio felice della situazione, ma Socrate ne sopporta le lamentele, eppure prosegue. Socrate è uno che non molla. Non ha mai mollato. Ha creduto sempre che l’uomo possa essere di più. Che la sua Atene possa essere di più. Il marmo può divenire morbidezza, bellezza, piacere. Perché Atene no?

Nonostante la stima di diversi che danno ascolto alla sua filosofia, al suo progetto, alla sua intenzione, questo suo essere non trova riscontro nella cittadinanza ateniese. L’uomo ateniese non percepisce.

La difesa dei suoi principi e degli ateniesi, della sua filosofia, termina in un’arena in cui l’assetato individuo senza speranza, quello della linea parallela della sopravvivenza istintuale, vuole esercitare il suo potere anche contro colui che ha tentato di difenderlo da sè stesso e da una condizione sociale, politica e antropologica della quale è vittima inconsapevole. La democrazia viziata.

Penso che Socrate non si sia arreso alla fine. Non a sè stesso, ma penso che Socrate si sia posto la domanda, lì di fronte a tutti gli spettatori, di questo spettacolare tribunale teatro-arena, quest’ultima diaspora, da uomo della sua età, uomo psicologiamente anziano e settantenne, meno impetuoso e più riflessivo, di  che cosa fosse successo.

Guardando con gli occhi di quell’uomo settantenne, in piedi, oggetto di uno spettacolo che rappresenta tutto ciò che ha combattuto rinunciando a tutto, vedo ciò che vede lui:  che tutto il suo lavoro non è servito a niente.

Socrate non può sapere in quel momento quanta influenza avrà invece la sua vita, il suo operato e il suo sacrificio nel futuro storico dell’umanità. Non gli è dato a vedere nel futuro, non è un Dio. Socrate non sa che nel 2020 Lucio Scarpone sta scrivendo qualcosa su di lui, he lo analizza ed è partecipe della sua essenza lasciata ai posteri.

Socrate è lì, l’immagine che vede è quella. Li vede tutti quanti, lì, assetati di sangue ad assistere a questo processo, a volere vedere questo soggetto sconfitto, e si accorge che non vogliono vedere Socrate sconfitto, ma vogliono vedere l’accusato sconfitto insieme alle sue idee. Si certo, i nemici di Socrate, quelli politici, quelli che per convenienza vogliono mettere fine alla sua parola, vogliono vedere Socrate sconfitto. Per questo lo devono attaccare, e devono attendere anni ed agire a mezzo di un ‘ giovane ingenuo portavoce’ ignaro dell’uso che ne viene fatto di lui. Tanto è temuto. Quando Socrate ormai non è più in tali condizioni di forze, da riuscire a difendersi. E non perché non ne avrebbe le capacità intellettive o retoriche o dialogiche, ma perché anche un uomo così stoico, così forte, così resistente, come il marmo, così orientato con ogni mezzo a raggiungere la bellezza dell’umanità attraverso la conoscenza, ha il diritto mettere la parola fine al suo operato esistenziale terreno. L’anziano Socrate mostra la sua atopia anche in questo. È moderno, odierno. Non si accanisce all’infinità vita. Sa cedere il passo al tempo e alla caducità, proporzionando la forza del mondo alla forza della sua vita. Ancora oggi cosa rara. Se ci guardiamo attorno.

E la parola fine non è stata messa dai suoi nemici politici, che lo accusavano, ma è stata determinata da una presa di coscienza di un uomo anziano, cioè da sé stesso.  

La visione del pubblico, di questo evento di cittadini ateniesi, che erano lì a fare da spettatori, manifestando la disumanità che la democrazia aveva generato attraverso il tribunale. Quel teatro in cui uno dei 200 show annuali voleva vedere un uomo condannato. Non la giustizia, ma la condanna. E questa volta in arena al pubblico veniva offerto un personaggio famoso. Non posso non immaginare la veemenza del pubblico, il godimento sadico di individui orientati alla sopravvivenza, frenati da leggi che impedivano loro essere liberi di agire, verso il prossimo, come istintivamente erano portati ad essere. Gli ateniesi del V sec. a.C., erano allevati a guerrieri, ricordiamocelo. L’uccisione richiedeva sadismo, egoismo, incoscienza, aggressività.

Personalmente penso che questa visione, scioccante e illuminante che si pone dinanzi ad un uomo che in tribunale non era mai stato, da attore, a questo tipo di spettacolo fenomenologico. Che i tanti che lui voleva salvare da una Atene democratica, viziata e che li aveva allontanati da quella civiltà esemplare,  l’uno esposto contro questi altri, alla mercé di una giustizia alquanto precaria in quanto corrotta, dà il diritto a Socrate, non avvezzo alla linguistica dei tribunali, di dubitare anche di sé stesso.

Se la sua opera di vita sia stata un’opera per la quale ne sia valsa la pena sacrificare l’esistenza, vedendo con i suoi occhi ora, in piedi in quel tribunale quanto poco in realtà lui abbia raggiunto.

La sua posizione gli offre una prospettiva terribile. Le voci, i movimenti, le emozioni, le esternazioni di una natura umana concentrata contro di lui nella sua peggiore accezione.

Che forse Socrate non abbia capito quanto nella giusta Atene sia poco importante la giustizia e quanto più la vendetta?

Ciò che viene riportato durante il suo mese di prigionia, ciò che si riporta abbia manifestato, lo interpreto come una dignitosa, non sorprendente dignità socratica, che attende la sua fine. Un uomo capace di resistenza psicologica, di resistenza fisica notevole e di dignità pari quella dell’onesto lavoratore padre e dell’onesta lavoratrice madre, entrambi portatori di bellezza artificiale e vivente e non è nella sua natura scendere in emotive esternazioni che esulano dalla ragione sopraffatte dall’emozione.

Posso scorgere in lui il naturale timore verso l’atto della morte, al di là delle sue dichiarazioni, quando attinge ai sogni in cui le muse l’invitano al canto e quando un dio gli annuncia la morte.  

Quegli dei, dei quali la sua razionalità gli aveva fatto sorgere il dubbio, così come posti nei termini teologici da Esiodo e Omero, gli appaiono alla fine, di fronte al grande dubbio. Questa deviazione, così umana, così significativa di un timore comune, quello verso la morte, mi porta a pensare che Socrate probabilmente non si sente un uomo che muore da eroe. Ma un uomo che muore dopo che, per una vita intera ha tentato di cambiare un mondo che amava. Il mondo di Atene.

Non è comunque nella sua natura scendere a commiserevoli scene, tant’è che non le ha ammesse nemmeno ai suoi famigliari al fine di difendersi da una condanna a morte che aveva previsto.

A proposito dunque della bella morte di Socrate io penso che la morte di Socrate è la morte di un uomo, non di un eroe. Un uomo unico in tutte le sue accezioni. Come non ha sentito il bisogno di essere eroe salvatore del suo compagno di battaglia, non ha sentito il bisogno di essere eroe per nessun motivo, anche per la filosofia che era per lui naturale. Come uomo aperto al dubbio e alla insipienza ed alla confutazione, non escludo che abbia messo in dubbio il senso del suo operato. Come ogni rara persona capace di conoscenza di sé e dei propri limiti. Al di là di quanto abbia dichiarato nei suoi ultimi giorni non posso dare atto che lui sia morto di una bella morte,  perché non è morto da eroe, lui non sapeva, non poteva sapere nulla di quello che la sua figura avrebbe portato nei secoli.  È morto con le sue paure, con i suoi dubbi e forse anche con i suoi pentimenti; La sua sconfitta nel non essere riuscito a lasciare a quella platea una parte di sé, è andata con lui nella  sua tomba. In intimità. Con il suo demone. Non con il suo seguito o pubblico.  

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