Pensum di Lucio: Quella di Socrate è stata una bella morte?

Lucio Scarpone

2019/2020 9216 Filosofia

Socrate ha avuto sicuramente una morte non bella. Potrebbe essere ingannevole e fuorviante per rispondere a questa domanda, la sua vita da eroe guerriero ed intellettuale; ma parlando della sua morte, questa è decisamente una morte non degna di tale vissuto. Non tanto perché Socrate non era ben visto ai suoi tempi per l’innovazione che aveva portato nel mondo del pensiero, ma per come sia dovuto morire e abbia voluto morire. Ormai troppo vecchio per continuare a vivere al di fuori della sua città e mentalmente troppo giovane per arrendersi alla sua innovazione intellettuale. ?= non cede in merito alla sua visione etica e alla sua dottrina. Quella resta giovane, viva e costante.

La morte che lascia dietro un uomo simile è presumibile che sia dal punto di vista psicologico, una morte di grande ripensamento, denotato dal fatto che lui stesso sogna le muse che gli indicano “Socrate, fai della musica!”. Perché infine ci si chiede se poi ne sia valsa la pena. Perché non muore di morte naturale, muore in un carcere, è rinchiuso e destinato ad avvelenare il suo corpo. Decade con questa volontà di aderire alla condanna, la volontà stessa di una vita fondata sulla libertà dell’uso della propria esistenza a discapito di ogni tipo di convenienza. È dunque conveniente per un uomo di simile statura essere giudicato imprigionato e avvelenato? No, Socrate non ha affatto avuto una bella morte. La sua non fu la decisione presa da quell’uomo pieno di vigore nel vigore della sua vita, ma riuscì ad essere finito solo infine, e si finì.?? =  Altro non c’era da fare. Se Socrate fosse stato portato in tribunale ad un’età nella quale il suo intero sistema era ancora orientato verso una lotta di altro tipo, quella giovanile (vigore anziano VS vigore giovane); la decisione fu più che sua e della  vita “biologica” di un uomo che a 70 anni tende naturalmente a dismettere la guerra, in tutti i sensi. Fu una scelta sua di mettere la parola fine ad un percorso (eroe conscio di esserlo, ma anche di non esserlo fisicamente più). L’essere eroe non è per forza sinonimo di morire da eroe, si può morire anche perché si è solo vecchi, stanchi di combattere e di difendersi da un mondo, che evolvendosi, non riconosciamo più e che sempre meno si adatta alla nostra visione del mondo stesso.

MOTIVAZIONI AL PENSUM

In merito al Pensum, che si chiede se quella di Socrate fosse stata una bella morte, ho dedotto questa mia visione sulla base di un insieme di scienze che infine mi hanno fatto protendere in tal senso, e cioè che Socrate non abbia avuto una bella morte .

Le scienze che ho unito sono la psicologia individuale, la psicologia sociale, l’antropologia nel contesto politico di Atene del 399 a.C.

Parlando di psicologia sociale ci troviamo ad Atene, come sappiamo, nel 399 A.C.  Dinanzi ad una popolazione, che sta andando incontro a quel declino umanistico, preservato in passato da un concetto politico, democratico. L’individuo pur in nome della pluralità di opinione e del diritto di opinione e da cittadino libero invece scoprì una persistente forma di visione del “vantaggio per sè stesso” sempre di più, e si adegua al fine di sopravvivere, ad un sistema di affossamento verso il prossimo con ogni mezzo, l’accusa di un reato, specialmente. La calunnia.

La società ateniese dell’epoca, quella società che avrebbe dovuto essere in realtà la culla della conoscenza e del sapere e della giustizia (Dike), era formata da una tendenza sociale verso il potere, verso la guerra, verso la corruzione e dunque verso la salvezza di sè stesso contro quella dell’altro con tutti i mezzi. L’etica in un ambiente sociale di questo genere non trovava certo molto spazio.

Tant’è che se i romani avevano le arene nelle quali gli schiavi, i gladiatori, i condannati venivano costretti a lottare tra di loro per sopravvivere o contro bestie feroci, gli ateniesi erano in grado di scaricare catarticamente la loro sensazione di debolezza, trasformata in sete di potere, in un luogo più crudele di un’ arena: il tribunale. A mezzo dei tribunali, che anziché essere diventati mediatori della civiltà affinché essa non implodesse in sè stessa, questi diventano il luogo dello spettacolo dell’esercizio di potere verso il prossimo, il più debole. L’accusato è esposto a tutti, e tutti possono scaricare su di lui le loro “lacune morali”, etiche, sociali, ideologiche uscendone alleggeriti. Una forma di teatro tragico in un contesto reale, dove lo svolgimento non è finzione e dunque il massimo della libidine catartica. D’altronde l’uomo di Atene veniva allevato come l’uomo spartano per difendere la sua città pur essendo cittadino della città della cultura e della filosofia. L’indole bellica del guerriero e dunque verso il prossimo, era parte facente di sé. Di ogni individuo e quindi della massa. La natura arcaica dell’uomo e dunque della società.

Parlando invece dell’antropologia nel contesto politico, evidenzioquesta Atene, così unica nel suo essere democratica, in un mondo in cui la tirannia, la monarchia, l’oligarchia erano le consuete strutture di ordinamento politico e di esercizio del potere.  Pur nella sua unicità come società democratica, Atene non ha potuto evitare, soprattutto seguendo la stessa politica rappresentata dai suoi dèi omerici o cosmogonici così tanto “umani”, di essere una città, incapace di superare il divario tra ordinamento e istinto. Gli istinti dell’uomo a partire da quello della sopravvivenza che si lega all’avidità, per essere muniti di beni che proteggono la sua vita, l’aggressività e l’individualità necessaria a questo scopo, non sono riusciti ad essere prevalenti al concetto democratico in termini pratici nell’Atene di esempio politico dell’umanità. Fortificare l’unione dei cittadini anziché dividerli, non è riuscito nei secoli della democrazia ateniese. Si è generata una competizione sociale non verso il nemico esterno della città, ma anche verso il nemico interno nella città, cioè il proprio vicino e secondo Socrate, se stesso, il daimon individuale dell’ateniese in ogni sua accezione, innanzitutto confutatoria e di coscienza morale ed etica. Atene non aveva investito, nei secoli della sua democrazia, in una vera educazione del concetto di giustizia intrinseca nell’individuo, nei giovani non versa il suo autentico scopo democratico. L’esempio dei padri, del cittadino prossimo, decade nella quotidianità ateniese, nelle strade, nelle scuole, nei tribunali, perché non solo a parole ma soprattutto nei fatti è orientato prevalentemente a sè stesso. I poemi epici e lirici insegnano al greco, all’ateniese che l’uomo è pericolosamente e inevitabilmente caduco e che dunque deve porre attenzione a sè stesso e alla sua proprietà e ai suoi beni in una società individualistica ancora mascherata da democrazia. Politicamente l’Atene della Grecia di allora, quella di Socrate, aveva perso da tanto, quella visione germinale di grandezza sociale, trasformandosi in un agglomerato ove la disumanità vigeva in ogni angolo delle strade basata sulla la legge del più forte.

Ora invece affronto il lato della psicologia individuale e parliamo di Socrate. A seguito della psicologia sociale e l’antropologia nel contesto politico ateniese di cui ho scritto sopra, ipotizzo che l’insieme della psicologia sociale è costituita dall’insieme di una psicologia individuale; l’individuo ateniese viveva in un mondo strutturato da due paralleli, in cui una linea era strutturata su principi di condivisione del sé nella massa a mezzo del diritto di opinione, della mutua assistenza del prossimo e della giustizia che possiamo chiamare democrazia,  mentre l’altra linea invece era rimasta ferma sull’antropologica essenza arcaica dell’uomo che, nel suo insieme, deve sopravvivere giorno dopo giorno non così protetto come avrebbe dovuto secondo la linea della democrazia. Queste due line si erano ormai avviate ad un percorso in cui il punto di incontro non sarebbe mai avvenuto.

A tal proposito l’approfondimento è doveroso verso uno specifico individuo della città di Atene del 399 a.C., che è l’oggetto del pensum e cioè Socrate.

Socrate è un ateniese allevato da un bravo lavoratore, sicuramente dai principi morali sani ed una brava lavoratrice dai principi morali altrettanto sani. Pur non essendo di famiglia abbiente o nobile acquisisce conoscenza, oltre il consueto addestramento alla difesa della città che ne fa di lui un guerriero.

Suo padre è uno scultore che maneggia pietra, materia dura e la trasforma in una forma che è morbida e piacevole e dunque il ragazzo guerriero incontra la bellezza derivante dalla durezza di una materia plasmata dall’uomo, mentre invece d’altro canto è influenzato dall’altra figura della sua vita che è sua madre, capace di partecipare e contribuire alla nascita della vita. Indubbiamente, posso presumere che Socrate avrà visto, essendo presente, sua madre gioire quando la nascita era avvenuta senza problemi, così come avrà partecipato al dolore quando invece queste nascite finivano con un morto, che fosse esso l’infante o che fosse la madre. Parliamo di una società antica, dove il parto era una scommessa con la morte. Qui si sviluppa già un Socrate capace di valutare le dicotomie dell’esistenza. Durezza e morbidezza, gioia e dolore, vita e morte. Qui inizia già il suo percorso, dell’opportunità della ragione di una scelta, di fronte ad una condizione. Posso ipotizzare che la sua necessità di ricerca confutatoria possa nascere proprio da queste esperienze dicotomiche che richiedono la capacità prospettiva di accettare contestualmente le verità della vita attraverso la comprensione. Un pezzo di marmo non è solo materia dura ma sarà oggetto di utilità al piacere se faticosamente lavorato, la vita perduta è da accettare a fronte di una vita nata.  

I paralleli citati, in Socrate si incrociano e smettono di essere paralleli dopo molto tempo. La ragione che porta ai principi arcaici della democrazia di Atene incrocia il lato umano istintivo dell’uomo che genera una messa a conoscenza di sé che ambisce alla via giusta. Al bene per sè e per gli altri per mezzo della comprensione e della verità ottenuta dall’incrocio dei paralleli.

Educato al rispetto da genitori onesti in una società non tanto rispettosa del rispetto stesso, esso compie i suoi doveri andando in guerra dove, per sopravvivere, deve uccidere altri uomini e dove la sua tendenza all’onestà e al dovere si sente difendendo i cittadini  di Atene, mettendo a rischio anche la propria vita; ciò viene anche dimostrato dal salvataggio del suo compagno di battaglia che Socrate considera una naturale forma di essere e non qualcosa da premiare e di cui farsi vanto. Salvare il prossimo è un dovere umano, razionale e quindi morale ed etico e non un vanto con cui fregiarsi.  

L’incrocio dei due paralleli trasforma Socrate in un essere ateniese unico, l’atopia socratica appunto.  Come Prometeo da solo sfida tutti gli dèi portando il fuoco agli uomini, egli cerca, da solo, di portare agli uomini ateniesi del suo tempo quel lato loro che non gli permette di essere in contatto con quella linea dai principi morali sani di un’ Atene politica, istituita molti anni prima, che era andata perduta nel tempo. Come Prometeo sarà punito, ma come uomo non sarà salvato da un semidio, da un eroe.

Dedica tutta la sua vita nel tentare di educare gli altri con le sue confutazioni esplicative, mostrando ai suoi concittadini un limite individuale da superare, invitando alla modestia e umiltà indirizzate alla crescita costante del proprio essere. Al fine di divenire persone migliori psicologicamente, per sé e dunque per gli altri, implementando così, in una psicologia sociale disgregata in semplici unità, l’essere individuale di una società proiettata alla comunità che si è andata a perdere nei secoli.  

A tal fine Socrate affronta la povertà, rifiuta i privilegi, vive con la stima di pochi e lo scherno di molti, lotta come lottava nelle sue guerre fino all’ultimo, difendendo i suoi principi. Li persegue giorno per giorno a discapito anche della sua vita personale. La moglie non è proprio felice della situazione, ma Socrate ne sopporta le lamentele, eppure prosegue. Socrate è uno che non molla. Non ha mai mollato. Ha creduto sempre che l’uomo possa essere di più. Che la sua Atene possa essere di più. Il marmo può divenire morbidezza, bellezza, piacere. Perché Atene no?

Nonostante la stima di diversi che danno ascolto alla sua filosofia, al suo progetto, alla sua intenzione, questo suo essere non trova riscontro nella cittadinanza ateniese. L’uomo ateniese non percepisce.

La difesa dei suoi principi e degli ateniesi, della sua filosofia, termina in un’arena in cui l’assetato individuo senza speranza, quello della linea parallela della sopravvivenza istintuale, vuole esercitare il suo potere anche contro colui che ha tentato di difenderlo da sè stesso e da una condizione sociale, politica e antropologica della quale è vittima inconsapevole. La democrazia viziata.

Penso che Socrate non si sia arreso alla fine. Non a sè stesso, ma penso che Socrate si sia posto la domanda, lì di fronte a tutti gli spettatori, di questo spettacolare tribunale teatro-arena, quest’ultima diaspora, da uomo della sua età, uomo psicologiamente anziano e settantenne, meno impetuoso e più riflessivo, di  che cosa fosse successo.

Guardando con gli occhi di quell’uomo settantenne, in piedi, oggetto di uno spettacolo che rappresenta tutto ciò che ha combattuto rinunciando a tutto, vedo ciò che vede lui:  che tutto il suo lavoro non è servito a niente.

Socrate non può sapere in quel momento quanta influenza avrà invece la sua vita, il suo operato e il suo sacrificio nel futuro storico dell’umanità. Non gli è dato a vedere nel futuro, non è un Dio. Socrate non sa che nel 2020 Lucio Scarpone sta scrivendo qualcosa su di lui, he lo analizza ed è partecipe della sua essenza lasciata ai posteri.

Socrate è lì, l’immagine che vede è quella. Li vede tutti quanti, lì, assetati di sangue ad assistere a questo processo, a volere vedere questo soggetto sconfitto, e si accorge che non vogliono vedere Socrate sconfitto, ma vogliono vedere l’accusato sconfitto insieme alle sue idee. Si certo, i nemici di Socrate, quelli politici, quelli che per convenienza vogliono mettere fine alla sua parola, vogliono vedere Socrate sconfitto. Per questo lo devono attaccare, e devono attendere anni ed agire a mezzo di un ‘ giovane ingenuo portavoce’ ignaro dell’uso che ne viene fatto di lui. Tanto è temuto. Quando Socrate ormai non è più in tali condizioni di forze, da riuscire a difendersi. E non perché non ne avrebbe le capacità intellettive o retoriche o dialogiche, ma perché anche un uomo così stoico, così forte, così resistente, come il marmo, così orientato con ogni mezzo a raggiungere la bellezza dell’umanità attraverso la conoscenza, ha il diritto mettere la parola fine al suo operato esistenziale terreno. L’anziano Socrate mostra la sua atopia anche in questo. È moderno, odierno. Non si accanisce all’infinità vita. Sa cedere il passo al tempo e alla caducità, proporzionando la forza del mondo alla forza della sua vita. Ancora oggi cosa rara. Se ci guardiamo attorno.

E la parola fine non è stata messa dai suoi nemici politici, che lo accusavano, ma è stata determinata da una presa di coscienza di un uomo anziano, cioè da sé stesso.  

La visione del pubblico, di questo evento di cittadini ateniesi, che erano lì a fare da spettatori, manifestando la disumanità che la democrazia aveva generato attraverso il tribunale. Quel teatro in cui uno dei 200 show annuali voleva vedere un uomo condannato. Non la giustizia, ma la condanna. E questa volta in arena al pubblico veniva offerto un personaggio famoso. Non posso non immaginare la veemenza del pubblico, il godimento sadico di individui orientati alla sopravvivenza, frenati da leggi che impedivano loro essere liberi di agire, verso il prossimo, come istintivamente erano portati ad essere. Gli ateniesi del V sec. a.C., erano allevati a guerrieri, ricordiamocelo. L’uccisione richiedeva sadismo, egoismo, incoscienza, aggressività.

Personalmente penso che questa visione, scioccante e illuminante che si pone dinanzi ad un uomo che in tribunale non era mai stato, da attore, a questo tipo di spettacolo fenomenologico. Che i tanti che lui voleva salvare da una Atene democratica, viziata e che li aveva allontanati da quella civiltà esemplare,  l’uno esposto contro questi altri, alla mercé di una giustizia alquanto precaria in quanto corrotta, dà il diritto a Socrate, non avvezzo alla linguistica dei tribunali, di dubitare anche di sé stesso.

Se la sua opera di vita sia stata un’opera per la quale ne sia valsa la pena sacrificare l’esistenza, vedendo con i suoi occhi ora, in piedi in quel tribunale quanto poco in realtà lui abbia raggiunto.

La sua posizione gli offre una prospettiva terribile. Le voci, i movimenti, le emozioni, le esternazioni di una natura umana concentrata contro di lui nella sua peggiore accezione.

Che forse Socrate non abbia capito quanto nella giusta Atene sia poco importante la giustizia e quanto più la vendetta?

Ciò che viene riportato durante il suo mese di prigionia, ciò che si riporta abbia manifestato, lo interpreto come una dignitosa, non sorprendente dignità socratica, che attende la sua fine. Un uomo capace di resistenza psicologica, di resistenza fisica notevole e di dignità pari quella dell’onesto lavoratore padre e dell’onesta lavoratrice madre, entrambi portatori di bellezza artificiale e vivente e non è nella sua natura scendere in emotive esternazioni che esulano dalla ragione sopraffatte dall’emozione.

Posso scorgere in lui il naturale timore verso l’atto della morte, al di là delle sue dichiarazioni, quando attinge ai sogni in cui le muse l’invitano al canto e quando un dio gli annuncia la morte.  

Quegli dei, dei quali la sua razionalità gli aveva fatto sorgere il dubbio, così come posti nei termini teologici da Esiodo e Omero, gli appaiono alla fine, di fronte al grande dubbio. Questa deviazione, così umana, così significativa di un timore comune, quello verso la morte, mi porta a pensare che Socrate probabilmente non si sente un uomo che muore da eroe. Ma un uomo che muore dopo che, per una vita intera ha tentato di cambiare un mondo che amava. Il mondo di Atene.

Non è comunque nella sua natura scendere a commiserevoli scene, tant’è che non le ha ammesse nemmeno ai suoi famigliari al fine di difendersi da una condanna a morte che aveva previsto.

A proposito dunque della bella morte di Socrate io penso che la morte di Socrate è la morte di un uomo, non di un eroe. Un uomo unico in tutte le sue accezioni. Come non ha sentito il bisogno di essere eroe salvatore del suo compagno di battaglia, non ha sentito il bisogno di essere eroe per nessun motivo, anche per la filosofia che era per lui naturale. Come uomo aperto al dubbio e alla insipienza ed alla confutazione, non escludo che abbia messo in dubbio il senso del suo operato. Come ogni rara persona capace di conoscenza di sé e dei propri limiti. Al di là di quanto abbia dichiarato nei suoi ultimi giorni non posso dare atto che lui sia morto di una bella morte,  perché non è morto da eroe, lui non sapeva, non poteva sapere nulla di quello che la sua figura avrebbe portato nei secoli.  È morto con le sue paure, con i suoi dubbi e forse anche con i suoi pentimenti; La sua sconfitta nel non essere riuscito a lasciare a quella platea una parte di sé, è andata con lui nella  sua tomba. In intimità. Con il suo demone. Non con il suo seguito o pubblico.  

La fotografia

Quando mi iscrissi al corso di scrittura creativa non mi aspettavo qualcosa di particolare. Durante la prima lezione ho ascoltato e osservato un’umanità piuttosto variegata e disomogenea, purtroppo la mia struttura mentale da analista comportamentale si è innescata in automatico e quasi me ne scuso, un’analisi non richiesta è probabilmente un’analisi poco gradita? Quindi eccolo il piccolo mondo chiuso in una stanza senza finestre, mai mi sono sentito così “pesce tropicale” circondato dai “neri e silenziosi” che osservano e forse ascoltano gli altri, i “gialli e ciarlieri” che trovano nei corsi un modo per parlarsi, per esplicitare l’infelicità che li attanaglia,  i “blu navigati” che frequentano i corsi in primis per sciorinare le loro opere e cantarsi a fronte di una miriade infinita di insuccessi, gli “arancioni alternativi” che sono qui per caso e sono stati, forse, attratti da qualcosa di indefinito, di indecifrato, ma di sicuro profondissimo; i “bianchi folgorati” dalla loro immensa capacità aspecifica, indefinita, ma immensa! La classificazione degli altri mi rende la vita più semplice, mi fa capire chi sono quelli a me più simili e quali sono invece lontanissimi, rende più oliate le procedure di avvicinamento e di raggruppamento aldilà degli inziali sorrisi circostanziali, nel caso io preferisco i gialli e i bianchi senza ombra di dubbio. Il momento che unisce e cattura tutti arriva improvviso quando si materializza il “compito a casa”; si deve scegliere una foto e ricamare un racconto, anche breve, ma un racconto stimolato ed ispirato da e ad una foto qualsiasi e non per forza nostra (io amo poco i racconti perché in loro non si sviluppa la complicità necessaria a crearmi interesse; il racconto non mi è complice!) Inoltre lo vivo come frutto di chi ha poco da dire o sceglie di dire poco, ma questo è solo uno dei miei tanti limiti probabilmente, un limite certo alla mia concezione eroica della vita, un libro è tale solo se di almeno mille pagine, gonfio di dolore, malessere e lacrime! Magari lo scrittore ha pure la tisi ed è certamente poverissimo, solo attraverso la vera sofferenza l’uomo tira fuori le sue reali profondità! Apparentemente quindi imbastire un racconto sarà molto semplice, troppo facile e piuttosto banale come inizio. Il tempo scorre, la lezione finisce e ognuno la conclude coerentemente alle sue aspettative, al suo personale modo di rapportarsi; molte delle mie classificazioni sono corrette, ma come sempre, non così rigide come le vorrei, la vita come sempre sorprende in ogni suo aspetto, anche minimo. Esco ed accantono il tutto dedicandomi alle sole rogne del vivere quotidiano e solo due sere dopo mi avvicino alla scatola delle fotografie per scegliere quella che sarà la sorgente del mio compito; guardo quella scatola bianca, liscia, non facile da aprire, la afferro e mi siedo. Io e la scatola, una sera, le luci dei colli intorno a Sasso  Marconi illuminano le ville immerse nel silenzio, buie, un po’ ostili. Apro la scatola a fatica e subito mi aspetto un viaggio divertente nel mio passato, ma capisco dalla prima fotografia che non lo sarà; mi assale una tristezza strana, una morsa di tempo andato, non solo e semplice passato, ma andato via; passano i visi e i luoghi della mia vita come se la vita potesse essere un vero breve passaggio che va via senza lasciare troppo; adesso mi è chiaro il perché ho scelto una scatola difficile da aprire, proprio per aprirla il meno possibile, santo inconscio che spesso ci salva dal conscio che noi invece ci sforziamo di far emergere appena possibile, secondo noi umani il conscio e il raziocinio dovrebbero addirittura essere l’ossatura portante della vita e le emozioni diventare quindi controllabili da “controllofobi” mal celati quali siamo!

Tra tutte le foto così intime, così reali, così evocative, così mie, non riesco a scegliere.  Ogni foto mi scatena una marea di ricordi e di parole irrefrenabili che si sovrappongono furiose mentre sfoglio i piccoli album, non so più se penso alla gita al mare o al mio amico che non ho più visto, tutto si mescola ed emerge un fiume unico, la vita, la mia vita che non è ancorabile ai singoli ricordi, ma tra i ricordi scorre e si snoda, spesso porta al futuro con rinnovata energia, a volte si ferma ad un certo punto per alcuni e lascia un rivolo al quale i superstiti si avvicinano, vi immergono le mani e vanno avanti, capisco quanto vero sia che l’esperienza non si accumula, che ogni giorno è una nuova sfida, mi sento anche banale, ma meno in pericolo perché dai ricordi ci si può anche difendere! La cartolina ha un mazzo di stelle alpine rivolte al sole del mattino tiepido, di un colore così nitido e trasparente che ti permette di scorgere lontano il confine svizzero, i petali grassi si aprono alla luce quasi sforzandosi di essere in prima fila per avere il sole migliore, i gambi si stirano e diventano lunghi e sottili per avvicinarsi il più possibile al calore; le rocce dalle quali spuntano faticosamente sembrano vivere e fare parte di un impianto radicale unico, ingegnoso, ma spaventoso al tempo stesso, come lo sono i ricordi che si mescolano nella mia vita; sono materie diverse, ma si uniscono perché con loro e in loro vado avanti ribadendo ogni giorno l’importanza delle differenze, della visione d’insieme che devo avere, dei dettagli che devo tralasciare e delle classificazioni inutili che devo smettere di fare; dovrei aprirmi alla vita di più e considerare gli altri anche come ricordi, foglie grasse, pregne di senso che un giorno certamente capirò del tutto. Le stelle alpine hanno una vita molto dura, è difficile superare l’inverno freddo e pieno della neve delle montagne altissime; i petali quasi si scardinano per dare evidenza al cuore della pianta, giallo, peloso che racchiude il senso della vita, il seme che farà sbocciare un fiore gemello o certamente molto simile. Quindi  i ricordi sono forse il cuore della mia intimità? Il seme che fa sbocciare ogni giorno una ritrovata energia? Il coraggio di chi va avanti anche senza senso? E la luce ha davvero il potere di rinvigorirmi? Il punto di partenza obbligatorio al quale cerco di sfuggire e che immagino di tenere a distanza semplicemente con l’aiuto di una scatola difficile da aprire?

Si a tutte le domande.

ciao Milvia

Noi, abeti

Abeti tronchi

spogli col ciuffo

siamo compagni di classe per poco

Uniti e soli, diversi

La mia casa

Un tronco senza colore pieno di occhi chiusi

Il mio amore

Senza finestre

Sospeso

Se ti penso

Sulle  barche nere del ponte soppresso

Sento il tuo alito caldo

Sento dietro i tuoi capelli nel vento

Un rumore indimenticato

L’aria della vita mi attraversa ancora se ti penso

Io trasparente, tu di sasso

Siamo rimasti senza storia

Lo sguardo fisso nel fiume nero

Pieno di ombre a ciuffo che rimbalzano la luce della luna

Due abeti tronchi vivi

Un solo addio.

Caro Lucio

Il telefono continuò a squillare mentre passava l’aspirapolvere. Aveva già pulito gran parte dell’appartamento e stava finendo usando il pezzo a becco stretto per togliere bene i peli del gatto fra i cuscini del divano. Si fermò ad ascoltare e spense l’aspirapolvere. Andò a rispondere al telefono. “Pronto?”, disse

“Pronto, ciao sono io. Ti prego non riattaccare, ti prego!” dissi col fiato corto e secco.

Dall’altra parte nessuna risposta. Solo il brusio di questo telefono grigio e vecchio dal quale non riesco a staccarmi solo perché era tuo. Tu lo amavi. Design povero, come quello che ti potevi permettere.  Lo conservo perché ci sono le tue mani stampate sopra, le tue mani sudate e nervose  quando le raccontavi di improvvisi impegni e conseguenti ritardi.

“Sei solo in casa?” ansimai con fare intrigante.

La sua voce morbida sparò un secco “Si”

“lo sai che mi manchi vero?” lo incalzai. “ Come so che ti manco, ma hai scelto lui e quindi, cosa potrei inventare adesso? Cosa mi resta da fare secondo te? Adeguarmi immagino, dirai!”

Uno spazio vuoto, noi lontani milioni di  chilometri, ognuno nella propria galassia.

“Pensa che situazione ridicola, sono addirittura venuto a vivere sulla collina solo per vedere la tua casa in fondo alla valle. Per spiare le sagome muoversi nella luce della cucina, a sognarmi lì con te. Adesso non posso nemmeno aprire il balcone perché quando la vostra luce si accende, mi viene da gettarmi nel vuoto  per raggiungerla. Vorrei saltare il fiume in fondo e sedermi di fronte a te, al tavolo della vostra cucina, in una casa  solo per noi – tu , io e felizgatto.  L’ho raccolto, salvato, ripulito e accudito, come ho fatto con te appena uscito dalla comunità. Siete uguali, irriconoscenti, bugiardi. Prima le fusa e poi la fuga. Come può l’ amore svanire nel nulla?” Silenzio. Ansia, poi concludo: “Ok. Capisco che non devo telefonare a casa vostra, “Casa vostra” la mia voce diventa flebile e poi si spegne.

Nessuna risposta, nemmeno un  respiro, solo una persiana sbattuta  rivela la presenza  rassegnata. Sei da sempre una persona di poche parole, ma soprattutto di pochi fatti. Penso che la comunità ti abbia svuotato, insieme alla voglia di eroina ti hanno levato anche il carattere!

“ Ho il diritto di sentire la tua voce” ripresi “ di chiamarti quando entro in apnea di te. Per me eri importante. Ti ho elevato al rango di uomo, ti ho sostenuto come un dio in terra e tu ti sei adeguato. Lo sai, no,  più uno è ignorante più gli viene naturale sentirsi geniale”

Mi  sparò un’altra banalità dritta fra gli occhi.  “Sei come al solito pieno di odio e di rancore. So che ti devo molto, ma ho scelto lui. Mia moglie mi ama e io non posso farci nulla.  Non si deve resistere all’amore”

Rimasi muto, comodamente sistemato sulla poltrona. Un ghigno di scherno disegnato in faccia “Se io sono il solito, tu cosa sei? Mi hai corteggiato e adulato per  nove anni per poi buttare via tutto, senza un motivo vero, se non per rincorrere tua moglie con la barba che, si, amerai pure, ma  è bruttissimo. Io invece sono in forma, l’odio mi mantiene giovane e addirittura, dopo che te ne sei andato,  le rughe si sono fatte  meno profonde. Ho lo sguardo più lucido, più volitivo. Tutto è ritornato come era prima di conoscerti.”

Sento che si muove nella casa, la sua fisionomia è cambiata, la pelle del naso adesso è meno distesa, le tre rughe sulla fronte sono più profonde e il labbro superiore è irrequieto. “Ho puntato un’altra volta su un cavallo zoppo”. Continuo “ ho sempre scelto uomini zoppi: brutti, sposati,  problematici o con rapporti materni malati. Apparentemente è più facile gestirli. Sono meno autonomi e quindi più facilmente controllabili.  Hanno più bisogno di essere considerati e quindi sono felici della nuova immagine che gli creo ad hoc. Poi la realtà torna a ribadirci che un cavallo zoppo non vincerà mai una gara. Te lo dico per ferirti. Per farti capire che per te non c’è gara, per me invece si!”

“Queste cose le dici per farmi stare sveglio a fissare la tua casa sulla collina mentre mi agito nel letto e sudo?” Il suo tono mi stupisce, ma non crollo. “Tu sudaticcio…. sei un’immagine fantastica. Per ora mi basta, questo: un esercizio,  l’inizio di quello che passerete quando deciderò di venirvi a cercare. Sceglierò un momento perfetto, tu e tua moglie grassi e abbandonati in poltrona, assenti e svogliati. Tu hai appena ripulito la casa e preparato la cena,  lui è appena rientrata dal suo squallido lavoro col quale vi mantenete; il suono del campanello sarà il preludio all’opera in due atti – noia e rassegnazione e non urlo e possessione – alla quale assisterete impotenti e rapiti!”

Risponde lentamente e sento che soppesa le parole come se un errore potesse scatenare  un inferno fatale: “So che tutto il bene che mi vuoi non ti permetterà di rovinarmi la vita. Dopo di te rimane solo una spasmodica ricerca di pace, ho vissuto come sul bordo di una lastra di ghiaccio inclinata e adesso sono stanco: di te, delle tue minacce. Chiudiamola qui questa chiamata, per favore!”

Aspetto in silenzio. Voglio sentirti sudare e soffrire . “Tranquillo”, rispondo calmo “non ti amo più o  amo un uomo morto, ciao”

La cornetta cade di sbieco, sbatte sul tavolo di plastica. Un suono sordo, tranquillo. La linea resterà occupata.  

Il futuro porterà nuove consapevolezze, ma di una cosa sono certo: tu e la tua tranquillità dovete crescere nell’illusione che io sia davvero come credi. Solo così il boato sarà devastante. Non avrete mai una vita facile, già non l’avete. La reciproca conoscenza dei vostri veri istinti vi attanaglia e finirà per soffocare questa società di mutuo soccorso che è il vostro matrimonio. Annegherete nel mare dei sospetti e delle bugie. Io devo solo aspettare. Quando arriverà il crac forse raccoglierò i tuoi cocci e li getterò nel fiume nero in fondo alla valle, come hai sempre desiderato quando eri consapevole della tua nullità e inutilità. Ho capito cose nuove attraversandoti, una su tutte: sei un uomo dozzinale e squallido, una raccolta indifferenziata di non detti, monotonia e quotidianità. È anche per questo che non mi sentirai mai più.

Non ho abbastanza lacrime

La stagione che preferisco è da sempre l’autunno che ristora dopo il caldo dell’estate. I colori sono solo un dettaglio, il valore è la sensazione di fresco. Il corpo rilascia quell’idea di calore soffocante, il rossore della pelle svanisce pronto ad affrontare l’inizio del nuovo ciclo dopo la pausa estiva. Mi sento come quando ritorno dalla spiaggia in luglio, la sera. Il corpo rilascia il calore accumulato e i pensieri riprendono a scorrere leggeri e profondi, i ricordi assumono, spessore, forma e consistenza come il burro che levi dal fuoco. In autunno i colori sono definiti, l’aria meno incandescente non li deforma, l’occhio vede con maggiore nitidezza e trasmette idee chiare e definite. Proprio in una sera d’autunno mentre cercavo una coperta leggera mia nonna entrò nella stanza. Da quando era vedova aveva lasciato la campagna e viveva in un piccolo appartamento di proprietà di mia madre in centro città, dietro il duomo che sorride alla grande piazza. Esattamente da quell’appartamento partimmo per quell’avventura che ricordo, dopo 50 anni, con una esasperante nitidezza autunnale. I fiocchi di neve cadevano dietro quei vetri che iniziavano ad imprigionare i miei sogni, la voce di mia madre: “nevica, usciamo, camminiamo sotto la neve, diventiamo bianchi, invisibili, contiamo le impronte sulla strada, andiamo a piedi in campagna dai nonni”

Dissi subito “si” commosso per quella felicità che fa piangere e che non avrò mai più…………………….

Quella passeggiata ci unì in maniera indissolubile, mentre lasciavamo la strada nel centro si intravedeva il parco cittadino avvolto in una nube bianca, ma la nostra strada era molto chiara, senza nuvole, avevamo un obiettivo chiaro e preciso e forse solo per questo quel giorno è da sempre indimenticato, la neve era solo un pretesto. Lo ricordo in ogni momento di difficoltà, di sbandamento, sento ancora il calore protettivo del suo braccio sulla mia spalla, la cura con la quale manteneva l’ombrello per non farmi bagnare e soprattutto ricordo che dai nonni sarei stato al caldo, amato, desiderato, avrei visto i cuccioli, avrei ascoltato la voce del nonno così vera e capace di rassicurarmi, sensazione che non ho mai più provato.  Appena arrivati ci accolsero sorrisi e complimenti mentre la neve vorticava con maggiore forza quasi a convincerci di avere compiuto l’impresa del secolo. Entrare in quella stanza calda al piano terra mi fece sentire quell’eroe che mai sono diventato, le parole mi esaltavano, gli abbracci mi elettrizzavano ed era tutto per niente, per una banale passeggiata sotto la neve; avrei dovuto capire allora che la vita fa parte della forza che abbiamo nelle mani e non è una serie di eventi da aspettare, una lista di appuntamenti da rispettare o saltare, vivere in ogni momento respirandolo è vivere, pensare ogni momento pensandolo è vivere, sentire sentendo, mangiare mangiando, camminare capendo che ogni albero è diverso dall’altro, che ogni foglia si muove in maniera diversa dalle altre e che cadrà in maniera diversa dalle altre. Vivere è riuscire a restare nell’oggi.

Quel giorno mia nonna davanti al televisore spento commentando una notizia mi disse: “sai che ognuno paga per i suoi errori, i bambini pagano quelli degli altri”. Pensai che fosse una strana esternazione, ma capii che la protezione della mamma non era un atto dovuto, ma una sua scelta precisa e la amai di più da allora e con minori conflitti. Capii che la sua severità non era gratuita per nessuno, in primis per lei, che tutto nella vita ha un costo e deve avere un obiettivo e che l’obiettivo sei tu a calibrarlo dopo averlo definito, cercato e che non è assolutamente certo che lo troverai, mentre è certo che devi cercarlo. E la vita iniziò a spiegarsi come poi riuscii a mettere nero su bianco………………….

“Tra un atto e l’altro la mia vita sospesa fra due non punti riflette limpida del mio cuore bizantino”

“la furia del narciso, centrifugo dialetto del futuro, stravolge il senso lineare della storia trafiggendo con lama obliqua l’asola del presente!”

“sono nato l’estate di un anno con tredici lune. Al tramonto le canne unite alle loro ombre graticolano l’argine che finisce sul ponte di barche che di colpo riflette il canneto alla luna; lo sguardo segue l’ombra acquosa che inghiotte spazio e tempo”

“il delirio narcisistico della notte esplode al tramonto, similitudine precisa del corso della vita. Come ti ho amato non sei più; oggi sento solo il ticchettio minaccioso dei tuoi cinquant’anni perduti

la banalità del bene

Mi sento soffocare dal bene che mi circonda da sempre. È una specie di cappa che mi ha riempito  di debiti, di doveri, di pensieri di riconoscenza, di ricatti, di dipendenze e quindi di dolore. Il bene fa del male. Del resto non ho potuto scegliere a fronte della mia indecisione costante per tutte le scelte, le amicizie, il mio atteggiamento supino alla vita; mi sono sempre fatto voler bene per ignavia e non per scelta. Non ho fatto mai nulla per spingere qualcuno a volermi bene, ho semplicemente accettato il bisogno degli altri di volere bene a qualcuno. Sono stato il riempitivo di vite vuote, il desiderio di vite sbagliate, il ricordo di vite lontane e non sono mai stato io, alla fine. Sono stato trattato come un cucciolo tutta la vita perché non sono mai cresciuto davvero, sono diventato vecchio solo nell’involucro, ma non nella sostanza. Ancora oggi mi capita di sentire un fremito profondo, un brividino, una gioia saettante, quando qualcuno dice di volermi bene o mi apprezza solamente. Continuo a farmi voler bene per quello che rappresento di volta in volta davanti al pubblico sempre differente e che mai si mescola per ovvi motivi; emergerebbero sfaccettature che forse non mi farebbero poi essere benvoluto del tutto.

Piccola sera d’estate a Carpi

La memoria è la radice del mio tempo, ho vissuto a Roma come se fosse una grande Carpi, a Bologna ho ricostruito i viali alberati e i portici; in realtà non mi sono mai mosso da Carpi e questo ha fatto la differenza fra noi compagni di scuola, chi ha cercato una liberazione dalla provincia l’ha riproposta in città, chi cercava la mondanità ha riprodotto quella provinciale, ma in locali più ampi, io cercavo solo aria e ne ho trovata davvero tanta. Ho imparato a respirare a pieni polmoni, a muovermi senza orari prefissati, a mangiare anche fuori orario, la libertà ho imparato a viverla da dentro, vivere da diverso con i diversi mi ha reso libero, ho imparato da Marcella che si può essere liberi costruendo la propria libertà diventando donna a 40 anni, non tutto deve accadere in maniera repentina, perché la vera libertà è solo un modo di vedere le cose.

Sono scappato da Carpi trentacinque anni fa, ma sono sempre rimasto in quelle strade, in quei fossi, in quei fiumi, in quei campi; ogni albero racconta storie che potrebbero riguardarmi, spiega quei flash della memoria; sembra ieri, tutta la vita sembra ieri e potrei raccontarla in poche parole; tante fughe per poche parole?

Poi ho regolato l’uso dei tasti del registratore sul nastro della mia vita, per la nostalgia pigio sempre lentamente rewind e torno alle cose del passato, per la frenesia pause fa riprendere il fiato, per il dolore basta premere con fretta il fast forward così passa velocemente, per la noia spingo play e passo ad altro momento.

Ho replicato la vita solita in contesti diversi, diciamo che ho cambiato il poster dello sfondo, ma sono sempre stato in quella piazza rettangolare attorno alla quale ruota tutta Carpi, solo nominarla fa scorrere i ricordi delle sere d’estate.

Attendevo Monica e insieme andavamo in bicicletta verso piazza dei Martiri con una camicia nuova di lino che respira insieme alla tua pelle, ma senza stringere e ogni sera speravo di trovare l’amore al bar Dorando. Passavamo davanti al cimitero, conosco ogni buca di quel marciapiede. Poi a destra verso san Francesco, piazzetta, Marina e il suo palazzo e poi la piazza piena di carpigiani chiassosi, ma anche no. Entravo nella piazza in silenzio con una leggera ansia. Cercavo solo un minimo di attenzione mentre ridevo vuoto di attenzioni. Mi capitava di osservare Monica e spesso mi tornava in mente quel concerto di Dalla e Ron. Monica che si interroga a proposito dei “poveri” cantanti costretti a cantare davanti a folle ululanti solo per portare a casa la pagnotta e poi c’è pure gente che li osanna e magari li invidia, mi sono sentito subito stupido per non avere capito subito che la scimmia sul ramo più alto è sempre quella che mostra più il culo, Marina ci chiede se fra due onde c’è vita, Lia ride e pensa che la vita è proprio strana, quattro come noi insieme, che dire e che fare se non volerci bene per quello che siamo e basta?

Oggi inizia il romanzo sospeso fra vecchio e nuovo, fra bello e brutto, com’eri tu, caro amico mio.

Prologo

Non sono mai riuscito a scindere la nostalgia dalla frenesia. Nemmeno da bambino ci riuscivo, preferivo stare immobile a cercare di scambiare la frenesia con la paura, che passa accendendo una luce. Del resto la nostalgia è un passatempo, uno svago, la frenesia è un obbligo, un lavoro. Oggi, mentre la macchina scorre sull’autostrada del Brennero, capisco che provo solamente nostalgia per Carpi e per la sua aria immobile, l’aria della mia gioventù.

Anche il sole sembra nostalgico a quest’ora, l’aria fresca del mattino, pulita, tersa, fresca contro l’aria greve, calda, inquinata, pesante della sera, di nuovo nostalgia “si torna indietro col tasto rewind – frenesia, si corre avanti col tasto fast forward – speranza”. Ho scoperto il registratore nella mia mente quando sono riuscito a fermare il tempo o ad accelerarlo, dipende solo dal momento, l’estraneazione e la negazione sono i lubrificanti per le bobine, non esistono limbi, circonvoluzioni cerebrali, ma solo bobine, tecnologia, freddo, solitudine, anatomia, fisiologia e biochimica.

La frenesia nei muscoli delle gambe che li fa pulsare sotto la pelle immobile, tesa, gelata: fuori la nostalgia che copre, confonde, conforta, dentro solo frenesia da tenere nascosta, da confondere, da non razionalizzare.

Fra Campogalliano e Carpi si snodano campi verdissimi mescolati a case rurali, tutto è nitido, chiaro e anche dentro sento una chiarezza nuova e consapevole. I dettagli che vedo sono una serie di diapositive; clic su clic, luoghi, facce, situazioni, dettagli, fughe, baci, addii. Tutto veloce, automatico.

Sono nato a Carpi il 21 nell’estate di un anno con tredici lune, Daniel Bovet vince il nobel per la medicina, il 1957. Da grande sarò un grande quindi. Non avevo mai pensato di andarmene da qui, ma poi ho immaginato una vita diversa, da grande e poi ho sognato città grandi; avrei avuto almeno qualcosa di grande nella vita.

Oggi è Natale, quindi grande storia d’amore che avresti voluto avere dalla tua mamma o dai tuoi fratelli, sogno di una vita che ha avuto pochi sogni realizzati e tanto dolore…

Se penso ai miei ricordi oggi riesco a vederli più precisi, dai contorni definibili, ma soprattutto riesco a contestualizzarli nel giusto luogo e nel tempo corretto – sono diventati veri ricordi e non nebbiose sensazioni di un uomo invecchiato. Il passato non è più un mix di immagini mescolate dal tempo o una tavolozza senza precisi contorni.  L’imprecisione ha fatto crescere in me l’idea di un passato pieno di ferite vere o presunte, pieno di ombre e nebbie, probabilmente i ricordi presunti mi hanno tutelato da quelli veri, la leggerezza dal dolore, le risate dal pianto . Forte di questo cambiamento, in un tranquillo pomeriggio primaverile, mi avvicino alla scatola delle fotografie per cercare di capire se una foto vera riporterà realmente coerenza ai ricordi. Il divano nero non è accogliente come al solito mentre guardo quella scatola bianca, liscia, certamente difficile da aprire, la giro, la guardo da sotto, ai lati; le cuciture del cartone sono precise e molto curate, la mano che scorre su tutta la superfice le sente come ferite antiche, cicatrici mai rimarginate; cerco di accomodarmi meglio fra i cuscini di velluto spento, ma continua il disagio. Io e la scatola in attesa e un po’ ostili. La apro a fatica mentre auspico un viaggio ludico nel passato, ma capisco dalla prima fotografia che non lo sarà; mi assale una sensazione conosciuta, una sorta di agitazione che arriva quando faccio qualche cosa controvoglia, poi cade il coperchio e il rumore di altro tempo andato mi stupisce, non solo e semplice passato, ma tempo andato via, per sempre. Continuo a muovere le foto con disordine perché mi sembra di non capire; le dita scavano fra le foto, le spostano, le uniscono, le separano, passano i visi e i luoghi della mia vita, oggi innaturali come se fossero set allestiti solo per essere fotografati, una sorta di calendario finto, fermo; adesso è chiaro, ho scelto una scatola così difficile da aprire, proprio per aprirla il meno possibile. Tra tutte le foto così intime, ma adesso così reali, così evocative, così mie, non riesco a scegliere dove e se fermarmi. Tutto  si mescola ed emerge un fiume unico di ricordi, la mia vita che non è più ancorabile a singoli eventi. Capisco subito quanto vero sia che l’esperienza non si accumula. Quelle foto rappresentano anche amori sbagliati, viaggi errati, momenti orrendi; tutte cose che continuo a rifare.  Quindi  i ricordi, mondati dalle fantasticherie, sono il cuore vero della mia intimità, il punto di partenza reale dal quale cerco di sfuggire solo per continuare a sognare?

Di colpo mi viene da pensare alla luce accecante dei pomeriggi carpigiani, senza aria, io sono nato lì in quel paese che si culla fra la nebbia e l’afa, senza vie di mezzo, come la volontà dei suoi abitanti. Gente di ferro, poco sensibile , ma con le braccia capaci di una stretta che sa di terra, di sicurezza, di certezze. Mia madre alta e pallida, occhi cerulei e poco profondi, grande lavoratrice.  Mi lasciava tutti i pomeriggi dalla zia con l’edicola dopo la fine delle scuole. Io le facevo compagnia, lei mi badava. Mio padre, finite o no le scuole era comunque molto impegnato, dopo pranzo il bar e poi a seguire il bocciodromo, fino a sera, poi la cena e di nuovo il bocciodromo fino a tardi, il che lo costringeva a letto il mattino seguente e così via. Un uomo bello e sfuggente, incapace di cattiverie, con un’intelligenza pacata e bloccata dalla sua idea di saggezza. Aveva capelli neri e folti che ho sempre sognato di ereditare, ho avuto solo i suoi occhi verdi. Era spesso distante dalla realtà da quando, partigiano, aveva visto morire il fratello Francesco al suo posto; erano appostati in un fiume, sull’argine, hanno sentito degli spari. Qualcuno doveva controllare da dove venivano i tedeschi – mio padre ha esitato, suo fratello no, colpito, ucciso, morto banalmente sul colpo, tutti gli altri in fuga tra i campi di mais alto e verde, per tutti un riparo, per Francesco rimane il cippo grigio sull’argine con fiori di plastica rosa molto rovinati. Li ricordo perfettamente perché ci passavo con mio padre; lui ci passa spesso e preferibilmente da solo quindi lo so anche se tace, quel peso è rimasto sulle nostre vite come il quadro di zio Francesco appeso nella saletta, sopra i divani verdi di velluto spento.

Quindi stavo nel calore tremendo dell’edicola con la porta chiusa per evitare che qualche malintenzionato entrasse a rubare l’incasso; zia Bice continuava a ripassarsi le labbra con un tubicino nero che lasciava una scia rosa acceso, era convinta che spargere il rossetto oltre il  bordo delle labbra sottilissime, le allargasse; dopo il rossetto si tranquillizzava, lo sguardo diventava meno acceso e la voce più delicata, oggi capisco che si sentiva solamente più bella e desiderabile. Capelli biondo cenere, occhi stupiti o stupidi, mai capito! Vestiva da signora bene e non amava ballare il liscio mentre il marito era un campione di tango; la pigrizia le è costata un’amante tanghèra per il marito tanghèro. Lui l’amava tanto nonostante avesse un’altra, ma si era arreso alla durezza di zia Bice, al suo rossetto che non pennellava per lui, ai ricci che non pettinava più per lui; una volta mi disse che avrebbe dato tutto per riavere l’amore di sua moglie, io non ho capito, ero piccolo, ma ricordo che era una brava persona. Io non amavo leggere le riviste, ma passavo il tempo ad osservare le persone coraggiose, che per acquistare un giornale, sfidavano il calore assordante del primo pomeriggio d’estate. In tutto questo calore c’era un ragazzo giovane, ma quasi pelato, un lavorante del mercato coperto della frutta e della verdura, con uno sguardo rassegnato da una vita preordinata, che ci portava con regolarità bottiglie verdi di acqua fresca, acqua della fontanella nel giardinetto. Berla era una gioia tale che il caldo diventava meno assillante solo all’idea che sarebbe arrivata  la prossima bottiglia.

– ciao Giuvan, at ringrasi per l’acqua, ti propri un brev ragaz – in dialetto l’intimità era regina dell’incontro; scorrevano mondi dietro quelle parole che mia zia ripeteva ad ogni bottiglia, monotona come il caldo di Carpi. Quel giardinetto ombroso con la fontana al centro era diventato un luogo magico per me, l’oasi da raggiungere ad ogni costo, per l’acqua e per Giovanni che era il mio idolo, forse banale, ma forte e capace di quegli abbracci che mio padre non ha saputo darmi – mi voleva chiamare Francesco in ricordo del fratello morto, mia madre non volle, ma per lui sono lo stesso Francesco. A metà pomeriggio Giovanni sparisce, il caldo no e quindi decidiamo che io andrò alla fontana, zia Bice non può lasciare l’edicola; questo incarico mi riempie di ansia e di attese

– zia, ma sarò in grado di portare la bottiglia, di riempirla?-

– ma si caro e se non riesci chiama Giovanni che sta pulendo la verdura per domani- Afferro la bottiglia di vetro verde ed esco, cammino lento, ma poi il sole a picco mi spinge ad accelerare, a correre su quel selciato sconnesso e pieno di sassi sporgenti. La punta del sandalino di cotone blu e bianco si infila sotto un sasso e io cado in avanti, la bottiglia si frantuma con grande rumore, alcuni cocci si conficcano nel mio braccio destro e nel piede sinistro. Mi guardo piangendo, il fiume di sangue che scorre è l’unica immagine che ho ancora scolpita in mente. Sento ancora il calore del sangue sul braccio, i peli del corpo che si rizzano e il silenzio innaturale che dura un tempo imprecisabile. Poi arriva Giovanni correndo e mi sento subito meno in pericolo, arriva la zia e penso ai ladri in edicola; sono tutti sconvolti e atterriti più di me, la zia mi guarda e ritorna all’edicola per due motivi, difenderla dai ladri e telefonare a mia madre. Lei arriva in tutta fretta e con il suo fare direttivo capisce al volo che non morirò a nove anni. Con l’auto di Giovanni mi portano al pronto soccorso.

– ma giovan, at iva dit ed guarderel bein, so zia la peinsa sol a leser dal stupidedi, non è buona nemmeno di tenersi il marito –  scandisce di colpo in italiano

– ma a l’ho guardè, ma a dev anc lavurer, me –

adesso tacciono, siamo in sala d’attesa, io bendato con fazzoletti bianchi da naso. Esce il medico, mi prende per mano e mi porta nel fresco ambulatorio, mi mette due punti nel braccio e uno nel piede. Ritorniamo all’edicola dove l’apprensiva zia si calma e tutti mi guardano con amore rinnovato e ritrovato, divento per tutti l’eroe guarito e sono quasi felice delle ferite, amo ancora profondamente quel momento che era vera felicità. Ma un dubbio poi mi prende, un dubbio per il quale attendo ancora una risposta

 – come mai uno che fallisce viene amato e coccolato lo stesso? – ho rotto la bottiglia verde ancora vuota e mia madre mi ama lo stesso? Non ho portato l’acqua fresca alla zia e lai mi ama lo stesso? Ho impedito a Giovanni di lavorare e lui mi ama lo stesso? Difficile capire le cose vere della vita? No, è facile capire che questi abbracci rassicuranti a mio padre sono stati negati e lui non si è più sentito amato dopo “l’errore Francesco”; sua madre fredda, distaccata, lavoratrice, ma stanca non lo ha mai abbracciato, suo padre ha cominciato a guardarlo con occhi diversi, poi è morto dormendo in pochi mesi. Mia nonna ha vissuto di rimpianti, di dolorosi ricordi e questo ha distrutto la vita ai superstiti; non aveva tempo di trasmettere amore, di abbracciare i suoi figli; era rimasta immobile nell’abbraccio a Francesco nella bara – un breve addio, veloce e concreto, come sono le persone dalle mie parti.

Pierlu

Così ripenso alla tristezza del rientro dal mare che agevola i miei pensieri più neri. Rifletto mentre scorrono i cartelli delle uscite, Rimini nord, Cesena e di colpo immagino Forlì, poi Faenza e ti penso caro Pierluigi, morto a Brisighella e sepolto a Faenza; scappato da bologna, nuova vita a Brisighella, tomba definitiva a Faenza e di nuovo quel filo che si snoda, quel dolore che non senti, ma che provi di colpo, tre giorni prima di morire. Non sono mai entrato nel tuo cimitero, ma ti penso spesso; immagino una lapide elegante, liscia, bianca, forse senza foto o con una piuttosto datata da dolce narciso quale eri, del resto alla fine eri molto rovinato dal virus che perdona a fatica. Hai lasciato come eredità la mia esclusione dal tuo funerale e dalla tua morte come io ti avevo improvvisamente escluso dalla mia vita. Dopo l’iniziale stupore ho provato una sensazione di adulazione vergognosa; mi hai talmente amato da pensare a me anche in fin di vita? Hai voluto mandarmi un messaggio ferale, hai voluto punirmi proteggendomi? Certo che quella casa avremmo dovuto dividerla, durante i sopralluoghi e prendendo le misure, vedevo la mia vita con te fra gli ulivi e le colline ravennate, ma poi, come tutto e sempre nella mia vita, è cambiato il mood, repentino, irrefrenabile, decisivo, impellente, obbligatorio. L’interesse per il tuo mondo è svanito e la vita divisa ci ha presi; tutto ti è stato chiaro quando mi sono presentato alla cena inaugurale della casa della collina con Antonio, (che tu appellavi in modo sprezzante……l’infermiere) e Susanna, nuovo boyfriend e vecchia amica comune, la vita che continua senza te, ma nuova ed esploosiva per me. In casa di Susanna mi hai visto la prima volta, dalla finestra della sua cucina, tu mi hai fissato e io ho capito che ti avrei visto poco dopo in giardino e che ti avrei colto subito, eri maturo. Ricordo il calore del tuo corpo la notte, dalla tua finestra vedevo la cucina di Susanna, il giardino comune foresta delle vergine suicide, ordinato, senza pathos, regolare, tu Pierlu! Poi mi presentasti un ragazzo dai capelli rossi, il mio tragico surrogato, ma quel lampo triste e rassegnato nei tuoi occhi, che ancora ricordo perfettamente, suggellò il tuo eterno non perdono; non ci feci caso da cicala quale ero, per poi realizzare che tu hai sempre amato l’idea che avevi di me, come un nostalgico bolscevico. Poi invece di arrenderti ai fatti, li hai ritinteggiandoli con un irritante dejavù. Pierlu perdonami. Sai che mentre scrivo ho le lacrime che mi gonfiano l’occhio sinistro, che piange sempre per primo: è il convitato di pietra delle adunate  dolorose. L’occhio destro è più ubbidiente, non trema e piange a comando, quello sinistro trema incontrollato, lo odio perché rivela umanità, mi fa sentire uguale agli altri, anche nel dolore? Mia nonna mi augurava sempre la “bellezza” delle brutte perchè, sapendo di avere poche chanches, si fermano al primo fiore che le accoglie, le belle volano di fiore in fiore, vanesie e narcisiste, senza capire che il fiore giusto esiste, dedico a te questa frase perchè tu sei stato un fiore giusto, sei sempre nel mio cuore.