Oggi è Natale, quindi grande storia d’amore che avresti voluto avere dalla tua mamma o dai tuoi fratelli, sogno di una vita che ha avuto pochi sogni realizzati e tanto dolore…

Se penso ai miei ricordi oggi riesco a vederli più precisi, dai contorni definibili, ma soprattutto riesco a contestualizzarli nel giusto luogo e nel tempo corretto – sono diventati veri ricordi e non nebbiose sensazioni di un uomo invecchiato. Il passato non è più un mix di immagini mescolate dal tempo o una tavolozza senza precisi contorni.  L’imprecisione ha fatto crescere in me l’idea di un passato pieno di ferite vere o presunte, pieno di ombre e nebbie, probabilmente i ricordi presunti mi hanno tutelato da quelli veri, la leggerezza dal dolore, le risate dal pianto . Forte di questo cambiamento, in un tranquillo pomeriggio primaverile, mi avvicino alla scatola delle fotografie per cercare di capire se una foto vera riporterà realmente coerenza ai ricordi. Il divano nero non è accogliente come al solito mentre guardo quella scatola bianca, liscia, certamente difficile da aprire, la giro, la guardo da sotto, ai lati; le cuciture del cartone sono precise e molto curate, la mano che scorre su tutta la superfice le sente come ferite antiche, cicatrici mai rimarginate; cerco di accomodarmi meglio fra i cuscini di velluto spento, ma continua il disagio. Io e la scatola in attesa e un po’ ostili. La apro a fatica mentre auspico un viaggio ludico nel passato, ma capisco dalla prima fotografia che non lo sarà; mi assale una sensazione conosciuta, una sorta di agitazione che arriva quando faccio qualche cosa controvoglia, poi cade il coperchio e il rumore di altro tempo andato mi stupisce, non solo e semplice passato, ma tempo andato via, per sempre. Continuo a muovere le foto con disordine perché mi sembra di non capire; le dita scavano fra le foto, le spostano, le uniscono, le separano, passano i visi e i luoghi della mia vita, oggi innaturali come se fossero set allestiti solo per essere fotografati, una sorta di calendario finto, fermo; adesso è chiaro, ho scelto una scatola così difficile da aprire, proprio per aprirla il meno possibile. Tra tutte le foto così intime, ma adesso così reali, così evocative, così mie, non riesco a scegliere dove e se fermarmi. Tutto  si mescola ed emerge un fiume unico di ricordi, la mia vita che non è più ancorabile a singoli eventi. Capisco subito quanto vero sia che l’esperienza non si accumula. Quelle foto rappresentano anche amori sbagliati, viaggi errati, momenti orrendi; tutte cose che continuo a rifare.  Quindi  i ricordi, mondati dalle fantasticherie, sono il cuore vero della mia intimità, il punto di partenza reale dal quale cerco di sfuggire solo per continuare a sognare?

Di colpo mi viene da pensare alla luce accecante dei pomeriggi carpigiani, senza aria, io sono nato lì in quel paese che si culla fra la nebbia e l’afa, senza vie di mezzo, come la volontà dei suoi abitanti. Gente di ferro, poco sensibile , ma con le braccia capaci di una stretta che sa di terra, di sicurezza, di certezze. Mia madre alta e pallida, occhi cerulei e poco profondi, grande lavoratrice.  Mi lasciava tutti i pomeriggi dalla zia con l’edicola dopo la fine delle scuole. Io le facevo compagnia, lei mi badava. Mio padre, finite o no le scuole era comunque molto impegnato, dopo pranzo il bar e poi a seguire il bocciodromo, fino a sera, poi la cena e di nuovo il bocciodromo fino a tardi, il che lo costringeva a letto il mattino seguente e così via. Un uomo bello e sfuggente, incapace di cattiverie, con un’intelligenza pacata e bloccata dalla sua idea di saggezza. Aveva capelli neri e folti che ho sempre sognato di ereditare, ho avuto solo i suoi occhi verdi. Era spesso distante dalla realtà da quando, partigiano, aveva visto morire il fratello Francesco al suo posto; erano appostati in un fiume, sull’argine, hanno sentito degli spari. Qualcuno doveva controllare da dove venivano i tedeschi – mio padre ha esitato, suo fratello no, colpito, ucciso, morto banalmente sul colpo, tutti gli altri in fuga tra i campi di mais alto e verde, per tutti un riparo, per Francesco rimane il cippo grigio sull’argine con fiori di plastica rosa molto rovinati. Li ricordo perfettamente perché ci passavo con mio padre; lui ci passa spesso e preferibilmente da solo quindi lo so anche se tace, quel peso è rimasto sulle nostre vite come il quadro di zio Francesco appeso nella saletta, sopra i divani verdi di velluto spento.

Quindi stavo nel calore tremendo dell’edicola con la porta chiusa per evitare che qualche malintenzionato entrasse a rubare l’incasso; zia Bice continuava a ripassarsi le labbra con un tubicino nero che lasciava una scia rosa acceso, era convinta che spargere il rossetto oltre il  bordo delle labbra sottilissime, le allargasse; dopo il rossetto si tranquillizzava, lo sguardo diventava meno acceso e la voce più delicata, oggi capisco che si sentiva solamente più bella e desiderabile. Capelli biondo cenere, occhi stupiti o stupidi, mai capito! Vestiva da signora bene e non amava ballare il liscio mentre il marito era un campione di tango; la pigrizia le è costata un’amante tanghèra per il marito tanghèro. Lui l’amava tanto nonostante avesse un’altra, ma si era arreso alla durezza di zia Bice, al suo rossetto che non pennellava per lui, ai ricci che non pettinava più per lui; una volta mi disse che avrebbe dato tutto per riavere l’amore di sua moglie, io non ho capito, ero piccolo, ma ricordo che era una brava persona. Io non amavo leggere le riviste, ma passavo il tempo ad osservare le persone coraggiose, che per acquistare un giornale, sfidavano il calore assordante del primo pomeriggio d’estate. In tutto questo calore c’era un ragazzo giovane, ma quasi pelato, un lavorante del mercato coperto della frutta e della verdura, con uno sguardo rassegnato da una vita preordinata, che ci portava con regolarità bottiglie verdi di acqua fresca, acqua della fontanella nel giardinetto. Berla era una gioia tale che il caldo diventava meno assillante solo all’idea che sarebbe arrivata  la prossima bottiglia.

– ciao Giuvan, at ringrasi per l’acqua, ti propri un brev ragaz – in dialetto l’intimità era regina dell’incontro; scorrevano mondi dietro quelle parole che mia zia ripeteva ad ogni bottiglia, monotona come il caldo di Carpi. Quel giardinetto ombroso con la fontana al centro era diventato un luogo magico per me, l’oasi da raggiungere ad ogni costo, per l’acqua e per Giovanni che era il mio idolo, forse banale, ma forte e capace di quegli abbracci che mio padre non ha saputo darmi – mi voleva chiamare Francesco in ricordo del fratello morto, mia madre non volle, ma per lui sono lo stesso Francesco. A metà pomeriggio Giovanni sparisce, il caldo no e quindi decidiamo che io andrò alla fontana, zia Bice non può lasciare l’edicola; questo incarico mi riempie di ansia e di attese

– zia, ma sarò in grado di portare la bottiglia, di riempirla?-

– ma si caro e se non riesci chiama Giovanni che sta pulendo la verdura per domani- Afferro la bottiglia di vetro verde ed esco, cammino lento, ma poi il sole a picco mi spinge ad accelerare, a correre su quel selciato sconnesso e pieno di sassi sporgenti. La punta del sandalino di cotone blu e bianco si infila sotto un sasso e io cado in avanti, la bottiglia si frantuma con grande rumore, alcuni cocci si conficcano nel mio braccio destro e nel piede sinistro. Mi guardo piangendo, il fiume di sangue che scorre è l’unica immagine che ho ancora scolpita in mente. Sento ancora il calore del sangue sul braccio, i peli del corpo che si rizzano e il silenzio innaturale che dura un tempo imprecisabile. Poi arriva Giovanni correndo e mi sento subito meno in pericolo, arriva la zia e penso ai ladri in edicola; sono tutti sconvolti e atterriti più di me, la zia mi guarda e ritorna all’edicola per due motivi, difenderla dai ladri e telefonare a mia madre. Lei arriva in tutta fretta e con il suo fare direttivo capisce al volo che non morirò a nove anni. Con l’auto di Giovanni mi portano al pronto soccorso.

– ma giovan, at iva dit ed guarderel bein, so zia la peinsa sol a leser dal stupidedi, non è buona nemmeno di tenersi il marito –  scandisce di colpo in italiano

– ma a l’ho guardè, ma a dev anc lavurer, me –

adesso tacciono, siamo in sala d’attesa, io bendato con fazzoletti bianchi da naso. Esce il medico, mi prende per mano e mi porta nel fresco ambulatorio, mi mette due punti nel braccio e uno nel piede. Ritorniamo all’edicola dove l’apprensiva zia si calma e tutti mi guardano con amore rinnovato e ritrovato, divento per tutti l’eroe guarito e sono quasi felice delle ferite, amo ancora profondamente quel momento che era vera felicità. Ma un dubbio poi mi prende, un dubbio per il quale attendo ancora una risposta

 – come mai uno che fallisce viene amato e coccolato lo stesso? – ho rotto la bottiglia verde ancora vuota e mia madre mi ama lo stesso? Non ho portato l’acqua fresca alla zia e lai mi ama lo stesso? Ho impedito a Giovanni di lavorare e lui mi ama lo stesso? Difficile capire le cose vere della vita? No, è facile capire che questi abbracci rassicuranti a mio padre sono stati negati e lui non si è più sentito amato dopo “l’errore Francesco”; sua madre fredda, distaccata, lavoratrice, ma stanca non lo ha mai abbracciato, suo padre ha cominciato a guardarlo con occhi diversi, poi è morto dormendo in pochi mesi. Mia nonna ha vissuto di rimpianti, di dolorosi ricordi e questo ha distrutto la vita ai superstiti; non aveva tempo di trasmettere amore, di abbracciare i suoi figli; era rimasta immobile nell’abbraccio a Francesco nella bara – un breve addio, veloce e concreto, come sono le persone dalle mie parti.

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