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Genitori snaturati? Gli uomini non scappano? C’è Posta Per Te, leggila bene.

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Vediamo nel video di sabato scorso, nella puntata di C’è Posta Per Te, (me lo sono andato a guardare visto che i social versavano tonnellate di insulti e questo mi ha ovviamente incuriosito.. guardatelo: padre crudele? ) un uomo che a distanza di venti anni non vuole riprendere i contatti con il figlio.

Quest’uomo lascia la moglie, con un figlio di 7,8 mesi.  Divorziano. Succede. Dopo tempo si fidanza con un altra donna. Nel frattempo per ben DIECI ANNI la madre del figlio vessa e vessa e vessa lui e la compagna. Sappiamo tutti di cosa è capace una persona ferita, che sia essa uomo o donna.

Tant’è che l’uomo decide di volgere le spalle alla vita passata figlio compreso. Anche gli uomini possono scappare. Anche gli uomini hanno paura. Anche gli uomini si trovano di fronte a situazioni che non riescono ad affrontare.

Durante la trasmissione notiamo che la seconda moglie di questo uomo, gli presta la voce, lo difende. Cerca di spiegare. Notiamo la delicatezza con cui accennano ai dieci anni di evidente inferno vissuto, senza entrare nello specifico. Notiamo la paura che questo uomo e questa donna hanno di questa madre e ex moglie. Tale da rifiutare altri contatti ulteriori anche se il figlio oggi ha 24 anni e tre figli. Perchè? Perchè la madre di questo figlio, tanto li ha terrorizzati, che il terrore non è ancora passato. L’uomo fa notare che il figlio è stato allevato da quella donna e si aspetta da lui lo stesso atteggiamento. Infatti il figlio abbandonato esclude ogni responsabilità della scelta del papà, la mamma sua, e responsabilizza solo il papà che lo ha lasciato. Questo papà, ha giusta ragione di sospettare che l’inferno che l’ex moglie gli ha fatto vivere lo riviverebbe in ogni espressione del figlio. Un frutto non cade mai lontano dall’albero. E un trauma è un trauma.

Ho conosciuto genitori (pochi, troppo pochi purtroppo) che si sono detestati nella loro vita ma che nel frangente figlio hanno fatto buon viso a cattivo gioco. Si sono contenuti.

Evidentemente la madre di questo figlio non ha fatto altrettanto. Evidentemente il seme dell’odio e del rancore lo ha coltivato bene. E chi lo subisce lo riconosce anche da una flebile cadenza sonora. Evidentemente questo figlio non ha capito che il suo triste destino  di figlio senza padre è più dipeso dall’egoismo di sua madre che dalla paura di suo padre.

Se anche i ricchi piangono, anche le donne possono essere feroci.

Aggiorniamoci.

Opportunismo

Leggere delle liti tra  De Magistris e Saviano mi diverte molto. Saviano indubbiamente sfrutta con doveroso opportunismo la mafia come fonte di reddito e De Magistris che la combatte si è scocciato.

I centri di accoglienza sfruttano indubbiamente con doveroso opportunismo il bisogno come fonte di reddito incassando e finiti i soldi finisce anche l’accoglienza.

Finito l’opportunismo subentra l’opportunità di fare pulizia e cancellare lo schifo considerando tutto questo opportuno.

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IL Rimorso

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Per ultimo, quando si è ritrovato sul suo letto di morte, sapeva che sarebbero mancati pochi istanti da lì in poi. Avrebbe smesso di essere e, nonostante i suoi 90 anni, i pensieri continuavano a viaggiare in quel residuo cerebrale senza sosta alcuna. Era un uomo che aveva vissuto tanto. Alto, molto alto per i suoi tempi. Superava oltre il metro e novanta. Aveva una struttura fisica possente. Le spalle enormi, le braccia e le mani gli davano il nomignolo di ‘ruspa’ nel suo paese. Un uomo davanti al quale si retrocedeva perché, anche se non minaccioso, la sua corporalità possente emanava un senso di inquietudine. Era gentile con tutti. I suoi occhi color turchese chiaro erano penetranti e ammalianti. Non potevi fare a meno di non perderti in quell’iride tanto chiara e restare ipnotizzato nei tuoi pensieri o forse imprigionato dai suoi quando lo guardavi negli occhi. Era forse questo il motivo per cui si evitava di parlare con lui guardandolo in faccia. Nonostante la sua straordinaria bellezza. Era sempre curato. Anche quando lavorava. A chi capitava di vederlo fare il bagno al fiume, vestito solo del suo costume, poteva ammirare quel corpo di rara e straordinaria bellezza che custodiva con meticolosità e naturalezza in ogni dettaglio compreso le unghie delle mani e dei piedi. Non un callo, non un durone, non un pelo di troppo. Una bellezza rara e disarmante che oscillava tra l’erotico il romantico e l’epico. Anche ora che era sdraiato, a quell’età, su quel letto in attesa dell’ultimo fiato risultava bello. Questo era inquietante in modo inspiegabile come lo era lui agli occhi degli altri. Quando si parlava di lui si riusciva a dire poche cose, non suscitava voglia di approfondire chi fosse, oltre il necessario. La sensazione era come se, entrando in intimità con quell’uomo, si avesse il timore di scoprire cose che avrebbero potuto deturpare la sua perfezione.

Quali siano gli ultimi pensieri di un uomo prima di morire è difficile da definire, ma i suoi furono i seguenti e cioè i più terribili momenti della sua vita o per meglio dire di quella degli altri. Anche se nessuno ancora oggi può immaginare che una tale persona possa avere ricordi di tale portata.

Li riconobbe come terribili momenti della sua vita esattamente nell’istante in cui era pronto a morire. Quegli ultimi istanti della sua vita furono occupati da dei ricordi che mai si sarebbe sognato che fossero stati gli ultimi e che riguardavano le più atroci azioni commesse, le più vigliacche manifestazioni di tutto il suo essere e non riusciva a capire perché e non si dava pace. Cosa volevano questi ricordi da lui? Perché invadevano la sua mente. Perché non lo lasciavano in pace in quel momento così delicato dove ormai tutto era stato detto e fatto. Non tutto, a quanto pare.

Nel frattempo fuori le rose erano al massimo della loro bellezza. La sua casa era circondata da un giardino il quale perimetro aveva personalmente arredato di rose White Rock che curava con minuzia da sempre. Erano rose meravigliose e ed era la seconda parte del nome che associata alla prima faceva risuonare in lui il piacere di possedere quella pianta. Roccia. Roccia bianca. Nessuno doveva osare toccare le sue rose. Dalla finestra si poteva ammirare l’immensità del suo operato come se queste ‘rocce bianche’ lo stessero beffeggiando fiorendo al sole come non mai e illuminando con il loro colore bianco riflesso come un aurea celestiale il giardino, mentre lui moriva, come se al posto del cuore avessero una roccia. Impietosi del suo triste momento. Eppure era lui ad averle cresciute e curate e dopo la sua morte sarebbero probabilmente morte con lui. Ciononostante esse abbagliavano la vista al loro colore più puro.

Ma come, era stato un buon padre, un buon marito, un buon uomo, riconosciuto come tale e rispettato nella sua comunità, nella sua famiglia? Aveva dato da mangiare a tutti coloro che avevano fame, aveva istruito i suoi figli e accudito sua moglie. Si era prodigato nella parrocchia e quando e dove c’era qualcosa da fare, da aiutare lui non mancava mai. Perché questi ricordi ora? Cosa volevano? Cosa? Con quella pelle consumata dal tempo che non si rigenerava ormai da decenni, trasparente quasi a tal punto da riuscire ad intravedere le sue ossa, i pensieri violentavano la profondità della sua essenza portando a galla quello che era stato completamente cancellato, apparentemente, durante tutta la sua vita. Forse perché la pelle quando invecchia non fa intravedere solo le ossa, ma anche quello che è più nascosto dentro, nel profondo, nel midollo.

90 anni di un’esistenza fatta di progetti di lavoro, di costruzione familiare, di dominio della vita e di perdono verso gli altri, ridotti a quegli ultimi unici ricordi di se. Che beffarda la vita quando un uomo così forte, che ha dominato con la sua imponente bellezza il mondo intorno a sé, si ritrova imprigionato e schiacciato con le spalle al muro dai suoi stessi ricordi di azioni commesse e alle quali non aveva mai dato alcuna importanza nella sua coscienza. Non aveva mai dato nessuna importanza. Nessuna importanza. Importanza. I fotogrammi dell’orrore del sé. Ormai aveva visto tutti, persino il prete, con tanto di perdono dell’ultimo momento al Signore per accedere alle porte del paradiso pulito, lindo, evanescente, privo di tutti i suoi peccati. Eppure la violenza con la quale i suoi peccati, quelli veri, sono tornati prepotentemente a dominarlo, a fargli subire i suoi stessi orrori, gli fecero vivere gli ultimi momenti della sua vita nella disperazione una volta messo a conoscenza della totale inutilità del suo vissuto terreno e la prospettiva del suo andare verso un futuro che senza l’esistenza non era. Lui stava morendo. I suoi occhi erano già chiusi.

Ricordò perfettamente quel giorno in cui prese quel ragazzino di 10 anni più piccolo di lui e lo picchiò con calci alla testa. Aveva voglia di andare a mangiare la pizza. Aveva 24 anni. Era splendido. Il ragazzino era ignaro. Arrivava dal paese e attraversava le campagne per tornare a casa. Lo fermò e gli chiese se avesse soldi con se. Era di una famiglia abbiente, di solito non girava mai senza soldi. Gli disse di si. Lo intimò di consegnarglieli. L’altro si rifiutò, arrivando, di fronte a tanta cosa, a minacciare di raccontare tutto a casa. Il vecchio ricordava perfettamente l’odore della neve. Il freddo. Il bollore che sentiva. Ricordò come i nervi sotto le narice innalzavano automaticamente il labbro superiore facendolo vibrare nevrotico. Ricordò la potenza che si concentrava nelle gambe tendendo i muscoli in matasse di corde di acciaio tese e rese ancora più forti dal freddo che aspettavano di scalciare come un purosangue arabo tenuto in stalla per troppi giorni. Ricordò la sensazione dei calci che infliggeva sul volto e sullo stomaco forti a tal punto che il sangue aveva coperto talmente tanto il bambino che non si riusciva a capire le ferite, quanti e quali fossero e da quali parti sgorgasse la linfa vitale e ricordò anche quel povero bambino che per essere rapinato di una manciata di quattrini rimase cieco ad un occhio per tutta la sua vita. Un nervo ottico tranciato dalla suola di cuoio sporca e tagliente, indurita dal freddo invernale e delle scarpe grosse di lui, il morente. Ricordò ogni calcio che inflisse. Ogni volta che la punta delle sue dita dei piedi, quei bellissimi piedi, si scontrava con l’interno della sua scarpa di pelle dura all’urto del corpo tenero di quel povero bambino, ogni volta che infieriva un colpo il piacere lo invadeva, questo è quello che ricordò, la punta del piede che batteva contro la sua scarpa che batteva contro quel corpo.

La successiva immagine che ora invadeva la sua mente era quella di quel ragazzo che malmenò, incoraggiando anche gli altri a farlo per ore ed ore, perché scoprirono che era un omosessuale. Lui il vecchio da sempre era uno che rideva. Ed aveva uno dei sorrisi più belli che ci si potesse immaginare. I suoi denti erano bianchi come i petali delle sue rose e perfetti. Contornati da labbra meravigliose che invitavano al bacio d’amore. Ricordò come si divertiva ad infliggere tutti quei calci nei testicoli, lì in mezzo alla strada, con lui a capo del branco che comandava e incitava a seguire il suo esempio, a quel finocchio, fino a farlo quasi morire. Oh si, come arrivarono chiare e limpide quelle immagini. Poté udire persino il rumore delle nocche delle sue mani che si scontravano con le ossa del povero essere che aveva ridotto ad un eunuco. Ricordò perfettamente il suono della sua voce eccitata ed urlante. Una voce magnifica, suadente, profonda ma morbida. La voce di un uomo che ti avrebbe protetto con la vita. Quella voce si trasformava in un suono terrificante, stridula che emanava slanci di acuti taglienti da quella bocca perfetta con i denti magnifici, mentre urlava ed incitava al massacro. La ricordava perfettamente. Quella voce gli risuonava nelle orecchie. Come un tamburo africano che annunciava la guerra, per ore e ore gli risuonava all’interno di quel bellissimo cranio. Su quel letto. Quel rumore secco, istantaneo veloce del setto nasale che si spezzava al contatto del suo pugno serrato. Il rumore di quelle falangi di acciaio che infrangevano il volto del ragazzo gli risuonava nelle orecchie come fosse ad un millimetro dal tempo in cui realizzava il massacro. Quella scena era tra i suoi ultimi ricordi. Chi avrebbe mai potuto attribuire a mani tanto belle e meravigliose, che potessero essere lo strumento di realizzazione di tale orrore. Quel brivido sadico di allora, gli scorreva lungo la sua vecchia schiena facendogli venire la pelle d’oca, a quel vecchio morente. Sdraiato su quel letto con quella pelle d’oca era invaso da un senso di eccitamento, ancora. Persino il suo pene si inturgidiva nel mentre i ricordi lo violentavano. Non era possibile fermarli. Riviveva su quel letto, in quegli ultimi istanti, quei ricordi senza via d’uscita. Non poteva fermare il rigonfiarsi del suo sesso così inopportuno, lì, su quel letto, in quel momento, davanti a tutti, i suoi figli, i suoi nipoti il suo mondo. Quel bellissimo pene che tanto era stato ammirato e persino ambito o invidiato. Sentire il rantolo delle sue vittime, suoni così vicini, così realistici, così veri,  le loro suppliche mal espresse con le ultime forze che il dolore permetteva loro di avere, quella melodia del dolore e della sofferenza, il potere della sua violenza bestiale ed il battito incessante e tumultuoso del muscolo più duro, il suo cuore, erano le immagini ultime di sé, i ricordi ultimi di questo uomo morente.

Sì ricordò di come si sentì orgoglioso e mascolino quando violentò la sposa del suo migliore amico nel bagno del ristorante il giorno delle sue nozze. Lei andò in bagno, lui usciva dal bagno. Lei gli sorrise educatamente, lui contraccambiò il sorriso. Erano lì nel ristorante in cui si festeggiava l’evento felice e sentì ancora chiaramente come fosse ieri, come a quell’incrocio di cortesi sorrisi il suo membro divenne duro e gonfio. Penetrarla lacerandole le pareti vaginali sotto quell’infinita quantità di tulle candido e bianco schiacciandola sul pavimento era un altro dei suoi più vividi ricordi su quel letto. Si ricordò riprovando ogni singola sensazione, ogni tatto, ogni sfioramento delle carni nude, di come godeva dello sguardo di quella povera donna che con gli occhi spalancati  fissavano un punto nel vuoto ed era ormai già in un altro luogo con la mente. Quella donna cercava di sfuggire a quel momento in cui un uomo stupendo come un angelo la stava lacerando e schiacciando con tutto il suo peso. Quella donna fuggì all’evento fissando le rose White Rock che si erano arrampicate fino alla finestra del luogo in cui si espellevano i rifiuti corporei, come fossero lì per lei. Alla bellezza che violentava la donna veniva chiamata in soccorso la bellezza che invadeva spazi arrampicandosi al cielo e che lo stesso uomo, bellissimo, che stava violando una sposa bianca come quelle rose, aveva piantato e curato. Alla memoria gli rinvenne come eiaculò in lei, e di come pensò in quel momento con la donna sotto di lui che raramente aveva eiaculato in vita sua tanto, godendo a pieno  del flusso di sperma che invadeva uno spazio estraneo proibito e violato con fiotti violenti e potenti. I ricordi fecero rifiorire a questo vecchio morente la sensazione precisa delle ossa del suo bacino che batteva contro il quello di lei. Ricordava quel suono, e ricordava quanto gli piacesse quel rumore, tanto da colpire sempre più forte per aumentarne il volume a costo di spaccarlo, quel bacino, con il suo.  Come l’anta di una finestra che sbatteva contro il muro durante una tempesta. TacTacTacTac… .  Il suo meraviglioso corpo disteso su quello di una sposa in bianco schiacciata su un pavimento freddo e bianco a sua volta. Il vecchio ebbe anche questa come tra le immagini ultime durante l’ultimo passaggio terreno.

Il ricordo della sua potenza quando malmenò il suo migliore amico, lo sposo, il marito, che tentava di difendere l’onore della sua giovane sposa, spingendogli la testa nel water di quel bagno in cui aveva violentato sua moglie gli tornò prepotentemente alla mente. Udiva nel suo ricordo ancora il suono della sua stessa voce ferma, intensa e violenta che intimava l’amico a stare tranquillo e di andare a fare il pranzo perché di là si doveva ancora tagliare la torta anziché morire nel cesso. Quella voce ferma, che non lasciava adito a repliche rimbombava nella sua testa. Un tripudio di ricordi stava rivivendo nel vecchio sul suo letto di morte. Ricordò la sensazione di allora mentre la sua meravigliosa, bellissima, mano forte e grande bloccava l’area parietale e occipitale del cranio stritolandolo nella sua potente morsa. Sentiva vivo il ricordo di  come i suoi grandi polpastrelli spingevano contro la testa di quell’uomo tirandogli i capelli, tagliati a fresco per l’occasione, strappandoli dal cuoio capelluto alla radice, mentre lo spingeva nel water. Ricordava quanto godeva, quanto gli piacesse provare quella forza, quella potenza in quel momento, che confermava il suo dominio sul mondo. Quell’uomo con i pantaloni ancora slacciati, le mutande macchiate dei residui di flusso del suo seme, che schiacciava la testa del suo migliore amico nel water con una mano mentre si batteva il pugno sui suoi infiniti pettorali come uno scimpanzé in segno del suo potere. Lì sdraiato su quel letto, poteva udire il battito del sangue che pulsava nella carotide destra come allora, come fossero le pulsazioni del suo pene mentre espelleva senza pietà lo sperma in quella donna. Queste le immagini e le sensazioni su quel letto poco prima di diventare il nulla.  Poteva rivedere in modo limpido e chiaro come non aveva visto più da allora,  l’immagine di questo uomo in ginocchio con la testa bagnata dall’acqua del water alzarsi ed uscire dal bagno a capo chino, sconfitto.  Con i capelli bagnati e il colletto della camicia zuppo. Poté ricordare se stesso mentre fiero osservava lo sconfitto uscire dal suo campo di battaglia. Il cesso di un ristorante. Poteva sentire l’odore acre di quel bagno. Ogni dettaglio tornò alla mente senza privarlo di alcun minimo ricordo. Si ricordò anche i loro volti distrutti quando, nella loro auto il giorno dopo, lasciarono il loro paese anziché partire per il viaggio di nozze abbandonando una vita intera, passata e futura. Quella scena dimenticata di quella macchina che si allontanava non gli fu esclusa dai ricordi, su quel letto di morte. Quella donna non ebbe mai figli. Nel fotogramma della memoria di questo uomo steso su un letto, costretto a rivedere ogni cosa in ogni dettaglio, anche la polvere che si alzava dietro l’auto che fuggiva da quell’orrendo evento, gli impolverava gli occhi. Nonostante fossero chiusi. L’odore di quella polvere secca estiva e il suono del silenzio che  faceva udire il rumore dei pneumatici che rotolavano sul selciato schiacciando i sassolini penetrarono le narici e le orecchie e non poté fare nulla per impedirlo. Era morente. Era troppo debole e inerme. Come una vittima.

Steso lì, su quel letto, infermo, senza alcuna possibilità di reagire, con gli occhi chiusi perché non riusciva a trovare la forza di aprirli, nella mente continuavano ad apparire le immagini della sua vera essenza, di quello che era, in quella esistenza trascorsa semplicemente a fare del male al prossimo. Era indifeso. Stava subendo. Nemmeno il candore delle sue White Rock potevano salvarlo.

Un altro ricordo che ora invadeva la sua mente era di quella donna che attraversava il paese, doveva semplicemente attraversarlo, con le sue borse in mano. Una giovane donna. Lui si divertì a schiacciarla con le spalle contro un muro urlandole ad un millimetro dal viso, spaventandola a morte, terrorizzandola con le sue grida sfiatate in faccia mentre sbarrava i suoi occhi dal colore immenso. Gonfiava le sue narici ed emanava dalla sua meravigliosa bocca con tutti quei denti bianchi come petali di White Rock quei suoni terrificanti. Ricordò l’orgoglio derisorio che provava mentre le faceva battere la nuca contro il muro, all’indietreggiare della povera, che non le permetteva alcuna via di fuga, finché non si urinò addosso. Dalla paura. L’odore dell’urina la sentiva, il morente,  entrava nel suo reticolato mnemonico. Il piscio gli invadeva i fori del naso come se stesse affogando in quel liquido giallastro. Aveva la sensazione che gli stesse colando in gola, ma essendo sdraiato lì su quel letto, non poteva che ingoiare, deglutire, mandare giù, per non soffocare. Intorno a lui, al moribondo pensavano fossero tentativi di respirazione perché il suo meraviglioso pomo d’Adamo ondeggiava in modo nervoso. Coloro che circondavano il suo letto erano affranti dalla consapevolezza che avrebbero perso quel grande uomo. Nella stanza furono posti in suo onore vasi pieni delle sue amate rose White Rock.  Ricordò come poi la derise davanti a tutti, quella povera donna. Sentiva nel ricordo il riverbero delle vibrazioni nel suo corpo, dovute alle sue forti risa, le vibrazioni che smuovevano il martelletto auricolare facendolo battere tra l’incudine e il timpano e facendo rimbombare onda dopo onda nella sua testa quel rumore derisorio, denigratorio, umiliante precludendo a chiunque altro intorno a lui su quel letto l’ascolto di quello scempio, che era tutto suo. Tutto dedicato a lui. Solo a lui. Il vecchio morente.

Così come la memoria quella maledetta memoria, gli fece venire in mente il giorno in cui non poté fare a meno di ammazzare con le sue mani il cane fedele di un vecchio, per il solo gusto di vederlo piangere. Ricordò come rideva, di gusto, mentre il vecchio versava lacrime, inerme come un bambino. Ricordava come tra gli ulivi dove aveva incontrato questo uomo, lì, alto, bellissimo, meraviglioso, vide avvicinarsi il cane alla ricerca di una carezza. Ricordò come il suo vecchio padrone sorrise alla scena del suo inerme fedele compagno e quel bellissimo giovanotto dall’aspetto gentile che si incontravano. Ricordò l’odore degli ulivi, il caldo, il rumore delle cicale. Ricordò la sensazione di bagnato delle ascelle e gli aloni della camicia, bianca come i petali delle sue rose  White Rock, che mai odoravano male, come loro. Ricordò come prese a stringere il collo a quel povero cane. Ricordò la disinvoltura con la quale riuscì a passare dalla carezza alla stretta in totale armonia. Ricordò la forza della sua mano. La sentiva come fosse ieri. Ricordò lo sguardo di quel cane che in breve morì sotto la sua stretta, e il suono dei lenti flebili guaiti, mentre gli veniva schiacciata la gola. Lo vedeva ancora quello sguardo, come fosse lì. Ricordò i muscoli del braccio scoperto dalla manica arrotolata della sua camicia linda lavata e stirata dalla madre, che si gonfiavano,  facendo diventare anche le vene dei canali nei quali affluiva la potenza micidiale peggiore di qualunque veleno e ricordò in quegli ultimi istanti di vita che ammirava con gusto questo suo bellissimo avambraccio che riusciva a spegnere la vita di quel povero animale. Ricordò lo sguardo di un bambino, di quel vecchio bambino, che osservava inerme l’assassino del suo cane, del suo affetto, della sua compagnia. Ricordò gli occhi increduli di quell’uomo. L’espressione attonita. Il suo essere impietrito. Ricordò come non riusciva a staccare lo sguardo che penetrava i suoi occhi, ai quali di solito e da sempre, sin da quando era bambino la gente si distoglieva, alla ricerca di pietà e compassione. Compreso suo padre e sua madre, anche loro, ricordò che non riuscivano a guardarlo negli occhi. Ricordò le lacrime di quel vecchio bambino scorrere lungo il viso, aveva l’impressione, steso su quel letto in attesa della morte, che si infrangessero una ad una sul centro della sua fronte mentre era incapace di muoversi. Come una tortura cinese. Una lacrima dopo l’altra lo colpivano come sassolini fastidiosi. Avrebbe voluto asciugarsi la fronte da quelle lacrime, usare le sue mani possenti per un ultima volta per proteggersi dai quei piccoli, ma pensanti colpi di acqua salata dolorosa, ma non riusciva, non poteva. Non poteva impedire il fastidio di ogni singola lacrima che si infrangeva sulla sua fronte. Quell’uomo forte, che aveva soffocato con una sola mano  un cane nel mentre mostrava ogni bianco dente, bianco come i petali delle sue rose, che il cavo orale conteneva sorridendo, mentre l’uomo vecchio e inerme accarezzava il corpo del suo amico ormai esanime piangendo, non era nemmeno più in grado di asciugarsi dalla fronte quelle lacrime che lo colpivano come una pioggia di grandine. Ricordò ogni dettaglio. Ogni dente. Ogni risa. Ogni lacrima. Come fosse lì. In quell’istante. Si rivide benissimo. Riprovò ogni emozione come fosse lì. Ogni fibra del suo corpo riesumava sensazioni apparentemente sepolte. Invece no.

Si sentiva qualche rantolo, che veniva interpretato dai cari intorno a lui, come gli ultimi richiami verso la vita e verso di loro; in realtà erano urla di disperata rabbia per quella invasione intollerabile, che non riusciva ad emettere, perché i polmoni non erano in grado di espellere sufficientemente fiato, attraverso quelle corde vocali flebili ed usurate. Era costretto. Era sottomesso. Alla morte. Era questo l’ultimo istante della sua vita. Trascorso solamente a fare i peggiori conti con se stesso. Senza versare una sola lacrima. Come una roccia. Una roccia bianca sulla quale è in grado di crescere anche una rosa White Rock.

I ricordi lucidi chiari e vivi continuavano ad invaderlo e a violentarlo, ad aggredirlo, a picchiarlo, ad insistere sempre e sempre e sempre per fare emergere quelle che erano le azioni che non aveva mai confessato, e che aveva commesso senza alcuna pietà e senza mai provare rimorso. Il rimorso.

E chi ha detto che la morte è bastarda? La morte è adorabile.

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Ciao GEORGE

Perché alla fine dei conti per quelli che hanno la mia età e sono nati nel 1970 ti ricordi moltissimo un tempo che con te è morto e che mai più ritornerà. Siamo stati quelli che, come te, in qualche modo hanno dovuto nascondere la propria identità e fingersi degli altri.

Non sei stata l’unica persona, ma eri quella nascosta tra di noi e con noi, quella che per motivi di lavoro doveva vestirsi di un’immagine diversa da quella che era, quella che forse non poteva neanche raccontare se stesso al proprio genitore, che doveva celarsi al proprio amico e che non poteva giocare a calcio dicendo tranquillamente che poteva anche giocare a calcio essendo omosessuale senza per questo violentare i compagni nello spogliatoio.
La grande differenza tra te e tutti noi e che tu eri uno che riusciva a dare a tutti noi la consapevolezza, che anche da quelli come noi emergeva il bello e non solo che emergesse il bello ma che venisse anche ricercato dalle stesse donne, perché belli eravamo e belli potevamo essere proprio anche grazie al tuo esempio.

Sono passati tanti anni ed è facile oggi infangarsi con dei ricordi o con dei demeriti riguardanti il tuo stile di vita, ma chi non ha potuto capire, chi non ha saputo capire che cosa voleva dire essere in quella vita e in quegli anni, in piena schizofrenia sociale, in cui una morale centenaria impediva ad una tendenza millenaria a volere sdoganare la propria essenza con il tacito assenso di tutti gli esseri umani, non riesce a fare altro che giudicare incapace di alcun tipo di capacità di giudizio.

Ascoltando le tue canzoni soprattutto quelle della tua prima fase e lì dove con questi capelli gonfi ti divertivi a saltare e facevi saltare tutti noi, mi riporta indietro negli anni e la tua morte sancisce la fine di quegli anni e la fine di un pezzo di vita per tutti quelli come me.
Non in una sola nota, una sola canzone non si può non ricordare che cosa vuole dire essere un artista ed essere dotato di una capacità empatica che ha coinvolto e direi travolto milioni e milioni di persone per decenni.
Ebbene anche tu sei stato scoperto e forse chissà, se non volevi essere scoperto, perché noi tutti sappiamo benissimo che in quei posti in quei cessi nei parchi in cui eravamo costretti a cercare quella adrenalina che non potevamo permetterci di cercare liberamente in un ristorante o ubriachi in un bar, sapevamo scegliere molto bene e in fretta proprio perché il pericolo di essere scoperti di chissà quale delitto era sempre lì imminente. Forse era arrivato il momento in cui volevi essere scoperto e lì dove non era più possibile tornare indietro per dismettere un comportamento più che altro costretto dalle condizioni economiche, sulle quali anche altre persone sapevano come marciare marciando impietosi calzati gli stivali dell’avidità senza lasciarti alcun tipo di generosità umana spingendoti a quello che altri hanno hanno saputo fare prima di te. Evidentemente quella è stata la tua strada, evidentemente quello fu il tuo momento, ma evidentemente non fu abbastanza.

Detto questo ed in ogni caso voglio dedicarti questo articolo così come anche questa foto che ricorda perfettamente i tuoi splendidi capelli gonfiati, le tue labbra lucide, le tonnellate di fondotinta color terra con il quale tutti ci cospargevamo il volto per volere essere di più e più belli e di che che se ne dica anche tu hai contribuito pesantemente ad un irruzione nella pubblica morale ed una crescita e ad un’evoluzione di una società che difficilmente potrà dimenticarti volente o nolente.

Grazie Michael George. 

La Vigilia Di Natale

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Per Mario, come tutti gli anni anche quello sarebbe stato quel momento di profonda e intensa tristezza. Tutti i fantasmi dei natali passati tornavano puntualmente a bussare alla sua porta. La solitudine che accompagnava ogni istante della sua vita, lì, solo, abbandonato a se stesso, ad una vita che sin da piccolo lo aveva lasciato solo dimenticandosi di lui, in mezzo a tanta gente, si faceva sentire prepotente volendo accedere al suo es per penetrare nel suo io senza nemmeno voler attendere risposta. Ogni natale riaffiorava l’assenza della sua mamma, del suo papà, di chiunque, di una famiglia, di una casa sicura  e calda, addobbata in cui si cantava come ci raccontano le favole.  E si sa, le favole sono per lo più inventate. In quelle favole non si racconta che sia una mamma che un papà possono anche non essere interessati a te e non cercarti e non volerti e lasciarti solo anche quando sei bambino e per venti giorni la televisione ti bombarda di immagini di famiglie felici, alberi addobbati colmi di pacchetti per bambini sotto, gente buona e tanti sorrisi. Quelle favole non raccontano del freddo che bambini come Mario hanno vissuto mentre venivano lasciati soli a casa perché la mamma non voleva avere fastidi attorno quando andava a fare le vigilie o i pranzi di natale e questi bambini restavano lì soli a guardare il buio e il vuoto nelle strade sperando che di nascosto una slitta magica realmente ti portasse via. Per questo che ci si crede di più, anche quando si è grandi, specialmente quando si è grandi se si deve sopravvivere. E si soffre di più. In Mario si accendeva malinconicamente il lume della speranza che anche questo natale non sarebbe rimasto li, solo, fuori dalla porta della vita di una famiglia, senza un piatto, senza una sedia, senza un posto al quale era atteso da qualcuno. Come ogni anno Mario sopportava questo sentimento, in silenzio. Ma tanto forte era quel silenzio che celava dietro al suo consueto sorriso al mondo, che non glie lo si poteva non leggere in faccia. In fondo un uomo, specialmente se dolorante, non può che inventarsi un solo trucco per ingannare se stesso e gli altri per la vergogna della miseria che sente in se, e lì dove il sorriso non arrivava gli occhi parlavano raccontando una verità fatta di disperata solitudine. Disperata. Quella che ogni giorno lo teneva per mano, ma che a natale, in quei maledetti giorni svenduti come fossero l’apoteosi dell’amore famigliare e che solo le favole rendevano credibile, l’abbracciava stringendolo così forte fino a soffocarlo facendogli mancare il respiro opprimendo il petto di un peso che sentiva solo lui.

Era programmato che Mario avrebbe trascorso la vigilia solo, perché soli si combatte meglio la solitudine. Non hai nessuno a cui doverla nascondere e non devi neanche sorridere. Puoi stare lì e viverla tutta come meglio puoi. Rannicchiato, in silenzio, urlante, piangente, ma sei solo con te stesso e questo ti salva un po’. Poi a natale, un poco per affetto un poco per amicizia un poco per compassione Gilberto, l’amico di Mario gli avrebbe fatto compagnia. Una sorta di caritatevole atto di buon cuore per rendere un grappolo, di giorni difficile, meno aspro. Mario odiava questa invasione di Gilberto perché gli impediva di affrontare quel giorno nella sua miseria ma in realtà era grato tanto a quell’amico che lo strappava da un momento nel quale se da un lato voleva nascondersi dall’altro voleva scappare, ciononostante capiva le buone intenzioni di Gilberto e le tollerava nonostante una parte di lui volesse sprofondare in quella solitudine per riemergerne con un altro anno e un altro ricordo di un natale infelice sulle sue provate spalle. E quel giorno a quanto pare doveva essere così.

Che strana coppia questi Mario e Gilberto. Due soggetti tanto diversi l’uno dall’altro che non poteva esserci tanto di così diverso. Mario vittima di una vita famigliare in cui esisti perché sei stato registrato all’anagrafe e abbandonato a se stesso da sempre, Gilberto questo figlio unico idolatrato. L’uno piccolo magrolino e smilzo che sembrava gli scorresse la nitroglicerina nelle vene, pieno di rabbia per riuscire a stare in piedi e l’altro alto possente e forte che pareva la calma in persona e che appena addocchiava un divano o simile, lì si piazzava, a godersi il momento, in riposo, divertendosi a veder correre si, ma gli altri. Eppure anche due persone così diverse qualcosa in comune hanno, anche se non si sa cosa sia esattamente e questo li rende tali da amarsi. E perché poi è necessario sapere cosa abbiano in comune due persone? Se esiste qualcosa lo si sente, non serve descriverlo.

Mario abitava in questo appartamentino minuscolo, una stanzetta, una cucinetta, un bagno e ci scappava pure un ingressino. In uno di quei palazzi degli anni venti, con i soffitti alti, le scale ripide e una archiettura per poveri in cui il centimetro quadrato era ottimizzato al massimo come da buon regola del fascio. L’appartamentino tenuto a lustro in ogni angolo, arredato con mobili di fortuna, un ripiano di legno da cantina dell’Ikea nella cucina per riporre i piatti, la tv, le pentole, i bicchieri sempre da spolverare perché tutto a vista, un divanetto da due di vimini regalatogli e consumato da un lato perché solo era e solo viveva sempre seduto al solito posto, elettrodomestici in fila, una rete con un materasso sopra un armadio e una sedia in camera da letto, un ripiano per qualche libro che si trascinava dietro da una vita per convincersi che anche lui aveva un passato e una storia nel corridoio da 60 centimetri che divideva l’ingressino dalla camera da letto, un armadio raccolto in giro con specchiera nell’ingresso, di quelli di una volta dismessi da qualche erede di qualche vecchia defunta che l’aveva tenuto una vita intera, forse da quando si era sposata e il bagnetto fatto dal mimino necessario, era all’ultimo piano, che per raggiungerlo se non fosse per la rabbia che lo teneva in vita sto Mario mingherlino ci lasciavi il polmone visto che dell’ascensore nemmeno parlarne. Ma era il primo posto in cui forse aveva trovato un luogo in cui sentirsi in casa. Non si sentiva proprio a casa sua, quello no, ma come se in ogni posto in cui vivesse fosse in prestito o ospite sgradito, ma in casa si. Per la prima volta. C’era quella finestra che dava sul balconcino a cui mancava il vetro e ci aveva al suo posto un pezzo di plastica trasparente che si era promesso di aggiustare ma che per qualche ragione, come se non ne valesse la pena, per lui, non l’ha mai fatto. In fondo chi si sente di passaggio non ci tiene molto a lasciare dei segni all’ennesima volta in cui avrebbe dovuto cambiare tana. Ma per la prima volta lì aveva comprato anche degli elettrodomestici e anche nuovi restando completamente a secco. Un piccolo passo. Si sarebbe messo sulla schiena anche quelli al prossimo giro, nella prossima casa, nel prossimo luogo.

Se non fosse stato per quella solitudine che lo attanagliava, specialmente in quei giorni forse era un segno di avanzamento. Ma quei giorni, quei maledetti giorni ogni anno! Il natale!

Si avvicinava dunque il momento. Sarebbe arrivato il giorno in cui avrebbe dovuto fare gli onori di casa e mettere in tavola qualcosa di buono. Non poteva ringraziare del gesto Gilberto se non almeno inventandosi cuoco e cercare di preparare qualcosa che fosse buono. Come i cani adottati dal canile o salvati dall’abbandono per la strada Mario si sentiva la gratitudine per il gesto di Gilberto che avrebbe tentato di ricambiare in ogni modo possibile. Gilberto adorava mangiare e adorava ancora di più mangiare ciò che gli era stato cucinato. Gilberto dava gioia. Così, anche solo perché presente. In sua presenza chiunque sorride. E anche Mario in presenza di Gilberto sorrideva e non mimava. Era meccanico. Funzionava in questo modo. L’amicizia ha strane radici che viaggiano contorte in un terreno ignoto dal quale si nutre accedendo ad esso impavido e coraggioso.

Mario pensava a quel punto che le polpette gli piacevano, al sugo, per condirci le tagliatelle all’uovo, la torta rustica ripiena di spinaci, uovo, sodo, mozzarella, il purea di patate, quello fatto con le patate vere, il latte, il burro, tanto tanto tanto parmigiano grattugiato fresco, la noce moscata, una fetta di cotechino, le lenticchie, il pinzimonio come antipasto, il mascarpone come dolce, l’uva, il panettone, tanto pane fresco. E pensava a mettere insieme gli ingredienti. Come se dovesse mettere in piedi un piano per una battaglia. Per Mario preparare un simile menu sarebbe stata una impresa ma avrebbe fatto in modo di riuscirci, perché l’amore, l’affetto, forse la voglia di compagnia, forse la paura dello stare solo riesce a farti fare anche quello che non sai fare o che detesti fare.

A Gilberto di tutta questa storia del natale in realtà gli fregava poco, aveva i suoi affetti solidi da quando era nato, non erano quei giorni che cambiavano la sua vita, anzi, amava tanto il natale per tre motivi: era il periodo in cui mangiava di più e meglio accettando inviti a pranzi e cene da chiunque arrivassero e anche le merende, rimpilzandosi per un mese del meglio che l’arte culinaria casalinga sfornava, i pacchetti regalo che riceveva da un esercito di amici e non dimentichiamo le lucette e gli addobbi che facevano appunto tanto natale. Quello che a Gilberto non mancava era quel posto che qualcuno gli teneva per lui. Quel posto l’aveva e non lo avrebbe mai perduto. Per questo faceva fatica a capire Mario e il motivo della sua sofferenza ma capiva che c’era perché gli occhi non nascondevano quello che il sorriso tentava di celare. E quel periodo era inequivocabile.

Secondo me Gilberto pensava bene che se da una parte faceva compagnia a Mario, dall’altra gli avrebbe dato filo da torcere con il menu, diminuendo il tempo i minuti e secondi a nutrire la sua melanconia deviando le  energie verso un obiettivo detestato: Cucinare, molto e cose complicate. Gilberto d’altronde era un sadico monello che con divertenti dispettucci amava fare impazzire gli amici. Chissà che risate a pensare al Mario che andava in panico per due piatti da mettere in tavola.

A rendere il tutto ancora più difficile a Mario ci aveva pensato Gilberto. Mentre Mario cercava di tenere sopra ad una  fragile impalcatura la sua vita programmando ogni secondo, controllando che lo scandire dei movimenti non venisse in alcun mondo deconcentrato dal ritmo rassicurante imposto, Gilberto non poteva fare a meno che improvvisare ogni istante della sua vita, come solo le persone certe che sanno da dove vengono e dove appartengono possono fare. E così finisce che a quella tavola natalizia sarebbe stata invitata una terza persona, così, all’improvviso. “Senti viene a mangiare anche Alberta. È sola. Gli hanno cambiato i turni”. La telefonata finisce così. Senza diritto di replica. Per Mario, il tempo a sentire la malinconia diminuisce notevolmente. Nonostante Alberta, che conosceva poco, fosse una persona altrettanto diversa sia da Mario che da Gilberto, che considerava la marihuana un alternativa sana all’antidepressivo, il suo integralismo ecologico la facesse vivere in un’ ambiente nel quale Mario non avrebbe nemmeno toccato la porta della maniglia di casa, la sua preoccupazione sulla casa piccola, le stoviglie spaiate, il posto ridotto ad un tavolo da 90 centimetri per 90 centimetri comprato all’Ikea perché era il meno costoso,  sul quale mangiare in tre in una cucina da 2 metri e mezzo per 2 e trenta lo aveva ridotto in uno stato di imbarazzo e di stress tale che francamente la malinconia per la solitudine famigliare e nella vita si era già a tre giorni dalla data prevista trasformata in isteria fulminante passando il tempo  a maledire il natale più di quanto non avesse mai fatto, Gilberto e Alberta compresa per non essere con suo figlio mollato alla nonna al sud anziché a casa sua a mettere a dura prova la sua vita. D’altronde Gilberto era fatto così, ti buttava in mare e non stava nemmeno a chiedere se sapevi nuotare. Alberta anche lei era una persona con un suo percorso fatto di vita genitoriale violenta, un padre padrone, amori mai corrisposti, un figlio fatto per legarsi ad un uomo, una bellezza che non aiuta una donna a cavarsela meglio, un carattere duro e arido e idee alternative corrispondente ad un avanguardia più nord europea che latina aveva il suo bel da vivere. E il soggetto non rendeva l’organizzazione del pasto natalizio a Mario più semplice. Forse aveva paura che disgrazia su disgrazia il peso emotivo sarebbe aumentato fino a non riuscire a trattenerlo. Alberta non faceva ridere come Gilberto, Alberta faceva piangere e molto anche.

Peccato che in aggiunta poi, anziché essere colmato lo spazio affettivo nel giorno di natale Mario viene a sapere che non era il natale che si faceva insieme ma bensì la vigilia. Perché Alberta era alla vigilia che restava sola, non a natale. Così, detta così. Un giorno prima. Per caso. Con le polpette da cuocere, la casa povera, la spesa da completare, l’imbarazzo che aumentava e chiedersi pure se le posate bastavano. E nel mentre di Gilberto nessuna traccia perché tanto sarà in giro tra inviti e spese natalizie Mario lì ad esaurirsi tra ansia, spesa, ricette, dosi, modi di cottura e continue pulizie per nascondere la vergogna della propria solitudine trafficando isterico da mattina a sera. Tant’è che finalmente il mattino della vigilia Gilberto si fa vivo con Mario. Saranno state circa le dieci del mattino. Mario era in cucina a spinare del pesce per aggiungere qualcosa di tradizionale, complicandosi la vita, visto che in realtà le polpette non si sarebbero dovute mangiare alla vigilia. Risponde e viene a sapere: “ Senti è successa una cosa molto triste, l’amica di Alberta ha una figlia di 11 anni e doveva stare con il padre solo che lo stronzo ha mollato la figlia per andare con la fidanzata a sciare e viene a Bologna, che vogliamo lasciarle da sole? Vengono anche loro. Ciao”. Il primo cellulare Panasonic di Mario resta incollato all’orecchio. Non capiva bene se era uno scherzo. Non aveva nemmeno fatto in tempo a replicare. Non aveva nemmeno realizzato se la conversazione fosse intercorsa. L’unica cosa che gli faceva pensare di si era che il telefono era stato portato all’orecchio con le mani sporche di polpa di orata e la cronologia sul display. L’appuntamento era per le nove di sera. I pesci erano tre. La torta salata una. Le polpette… , il dolce.. il tavolo era sempre 90×90 e ora ci si doveva stare in 5. Le stoviglie erano quelle. E lo spiffero dal vetro mancante sostituito con il pezzo di plastica, i cinque piani a piedi, la povertà del mobilio, la casa piccola, l’ansia, l’ansia che aumentava in crescendo. Mario non aveva mai usato ansiolitici. Non sapeva che esistevano. Nemmeno la marihuana aveva mai fumato. E saltare dal quinto piano non era ancora nelle sue corde. Ma urlare si. Urlare contro la cornetta , impiastrando di orata il suo Panasonic pagato centomila lire, parolacce e bestemmie contro Gilberto che era in giro a divertirsi da giorni mentre Mario era solo a cercare di organizzare qualcosa che avrebbe dovuto essere una specie di pasto natalizio, si. Questo Mario lo sapeva fare. La nitroglicerina che scorreva nelle le sue vene era stata innescata. L’esplosione era in atto. Gli urli passarono così bene nelle fessure dell’infisso e la cornice imbarcata dal tempo e dalle intemperie che la strada, nonostante rumorosa e piena di bancarelle, mercatini e negozietti sentì, tutta la strada sentì. Come sentirono i dirimpettai del palazzo di fronte ad almeno 12 metri di distanza a linea d’aria, i passanti in strada nonostante il rumore assordante delle auto nelle tre corsie adiacenti al semaforo che ad ogni scattare del verde puntualmente strombazzavano con il clacson perché attendere che il poveraccio in prima fila partisse era chiedere troppo notte e giorno, come sentirono anche gli altri abitanti del palazzo di Mario e anche quelli del palazzo di fianco a quello di Mario. Finito lo sfogo il povero Mario fece il numero di Gilberto. Questo giustamente, nei negozi e nei locali non poteva sentire la suoneria del suo Ericsson. Alla ventesima chiamata risposte. Eccome se rispose. Senza nemmeno dare l’occasione al povero Mario di dire beo questo si senti dire: “senti cocco se per due spadellate devi stare triturarmi i coglioni dovresti vergognarti, la povera Antonia è sola e una bambina di 11 anni mollata dal padre con la madre son in arrivo. Ci vediamo alle nove come da accordi e non stracciarmi ancora i coglioni. Vergognati sei senza cuore!” Clic. Clic era l’ultima cosa che Mario sentì. Con i suoi 58 chili e i suoi 27 anni, si sedette sconfortato sul divanetto di vimini a due posti cedutogli da Gilberto che non sapeva dove buttarlo, al suo solito posto, ma non riusciva a piangere. Piangere era una cosa che non gli riusciva più da quando era un bambino piccolo. Aveva già versato tutte le lacrime a quanto pare o forse, visto che le lacrime non finiscono mai, non aveva il coraggio di piangere ancora una volta per paura di non riuscire a smettere mai. Si rimise in piedi, contò i soldi rimasti nel portafoglio, scese i cinque piani, trovò dal pescivendolo altre due orate, risalì sfinito i cinque piani a piedi e integrò anche quei due pesci al menu chiedendosi dove mai in quel buco con tre sedie disponibili cinque persone avrebbero mangiato, sempre che quello che stava cucinando fosse stato commestibile. Eppure Gilberto sapeva che quella casa era microscopica. Erano ormai le dodici, da li alle nove mancava poco e sarebbe dovuto riuscire a preparare tutto e pulire, ancora una volta, forse per  la quarta, la casetta  e con quel freddino e i vapori in atto, in panico senza avere capito quando dover bollire le patate perché pare dovessero essere calde per fare il purea e quando infilare, il pesce spinato farcito con erbe e fette di patate sottili e chiuso con fili di erba cipollina in forno proseguì. I suoi 58 chili per 173cm di altezza proseguirono automaticamente dimenticandosi che era la vigilia di natale. Completamente.

Arrivano le ore nove del 24 dicembre. Gli ospiti.

Mario impazzito con l’occhio scarno fuori dalle orbite riceve gli ospiti, i 4 re magi alla mangiatoia. Sorride. Dentro moriva dalla vergogna. La casa povera, le cose chissà se erano buone, il posto, la miseria. Ma sorride. Come sorride da una vita. Il sorriso stampato in fronte e sempre. Qualunque cosa accada. Lui sorride, Mario. Gilberto là, a guidare la carovana con l’affanno tipico di tutti quelli che per un motivo o l’altro hanno voluto salire fino a lassù. Ma non sono mai stati molti. Mai nessuno a cui appartenesse. Se non l’amico Gilberto. Era l’unico che quelle scale le faceva. Se ne lamentava ogni volta e poi tornava a farle. La cosa che faceva scorrere nel sangue di Mario ancora di più l’adrenalina era la disinvoltura di Gilberto. Questo portava a casa di Mario una carovana di gente, tre persone, e come nulla fosse si lamentava della stanchezza, lui, a forza di girare tutto il giorno e meno male che si era potuto riposare un attimo il pomeriggio. Presenta brevemente l’amica di Alberta, Federica a Mario chiedendo con quel tono di chi si chiede cosa avessi fatto tutti questi giorni come mai non era ancora tutto apparecchiato. L’adrenalina di Mario pompava che pompava. A quella osservazione avrebbe voluto sbranare Gilberto, ma non poteva. E Gilberto, il caro, il primo dei re magi, come se la rideva. Federica era una magra giovane mamma di circa 35 anni vestita di un abito di lana cotta coloratissimo a taglio geometrico come fosse una costruzione architettonica confezionato da lei stessa, con una figlia alta uguale e vestita con un paio di jeans e un maglioncino color panna di undici anni. Si seppe dopo che  era stata spostata con un mezzo matto che non faceva nulla e le metteva delle gran corna e lei prese la figlia e se ne andò di casa. Sua madre, trentina anche lei, rigida e impietosa non le diede una mano e dunque cresceva questa figlia con tutte le difficoltà del caso da sola e in modo spartano e pragmatico perché in altro modo non poteva farlo. Sembrava una sciroccata strana ma in realtà era una specie di comandante più ligio e rispettoso dei doveri e delle regole di un gerarca dittatoriale. La bambina, porgendo la mano a Mario, educata come una principessa, sorrise con un sorriso nel quale Mario si era riconosciuto; come se lei volesse o dovesse nascondere una vergogna. Tra il papà che gli dà buca e sta mamma che pare voglia essere la sorella teenager ‘unsaccoalternativa da museo MoMa’ quasi voleva scusarsi dell’intrusione. Bastò lei a mettere in pace Mario. Alle ore nove del 24 dicembre Mario iniziò a sorridere. A sorridere veramente. Lui e quella bambina si sorrisero. I bambini si sa, sono più bravi ad affrontare la vita e non si fermano alle apparenze, anzi non le notano.  Pare che fosse passata la cometa di natale su quell’appartamento microscopico all’ultimo piano di quel palazzo, ma tra una incasinata single con figlio a carico matta e perennemente con una ‘maria’ tra le labbra o nell’infusione per curarsi dallo stress, una rigorosa giovane mamma, la ragazzina e non bambina di 11 anni favolosa e Gilberto, superato il primo impatto in quei 4 metri quadri e mezzo parve che ci stesse una sala da pranzo del castello di Ludwig Neuschwanstein. Quello che ha ispirato Walt Disney per il castello di Cenerentola.

Mario da un lato a controllare con Fabiola, la figlia di Federica se la torta salata e i pesci in forno fossero cotti al punto giusto e ogni uno dava un  parere dell’altro scambiandosi smorfie alquanto titubanti e ridendo insofferenti perché sotto la pizzeria da asporto era aperta. Gli odori di tutta la cena che profumavano la casa. Il forno che aveva riscaldato l’ambiente anche troppo. Alberta a chiedere dell’acqua calda perché doveva farsi la sua speciale tisana, ma nessuno la considerò nonostante le ripetute richieste. Gilberto e Federica a piazzare il divanetto per due ad un lato del tavolo quadrato di novanta centimetri apparecchiandolo, sempre per due, gli altri tre lati occupati ogni uno da una sedia e un piatto con posate, i 4 bicchieri spaiati in mezzo, i tovaglioli di carta appoggiati sui ripiani da cantina Ikea su chi si trovava tutto quello che apparteneva a quella cucina soggiorno.  Mario e Fabiola a cucinare pasticciando. Nel chiasso e nell’affaccendarsi alle nove e mezza, tra l’insistente richiesta di Alberta per la sua acqua bollente per la tisana, le chiacchiere infinite partite tra Federica e Gilberto, i due cuochi, quel piccolo miracolo si siede tutto a tavola. In quel piccolo miracolo, in quel piccolo spazio il quel piccolo avere c’erano  cinque persone che forse il resto dell’anno combattevano ogni uno la propria battaglia per l’esistenza. Ma lì vi assicuro che quella sera, fino alle due di notte, tra mangiare e parlare e ridere, tanto tanto tanto ridere, tutti deposero le armi e nessuno ebbe di che da combattere. Specialmente Alberta, ma lei perché la tisana speciale le faceva tanto bene, di più.

E un’altra cosa: tutto quello che fu cucinato era riuscito  cotto al punto giusto, buonissimo e non rimase una briciola.

Il giorno dopo anche se era natale, anche se Alberta dovette andare a lavorare, anche se Federica e Fabiola ripresero il treno per tornare nel Trentino anche se Gilberto era andato a casa della sua famiglia per salutare i suoi, anche il giorno di natale trascorse con un sorriso sulle labbra di tutti e cinque. E non nascondeva nulla di brutto.

Mario non rivide più né Federica, né Fabiola, né Alberta fino ad oggi come a stento le aveva mai viste prima, ma tutti si ricordarono per sempre di quella serata.

Mario imparò che il vero natale era quello e non ne cercò mai un altro.

Buon natale e siate LIBERI

IN THE END

In the end

We all wear the scars.
Yes, we all fail in love.
We all sigh in the dark;
get cut off before we start.

And as the first act begins,
you realize they’re all waiting
for a fall, for a flaw,
for the end.

There’s a path stained with tears,
could you talk to quiet my fears?
Could you pull me aside,
just to acknowledge that I’ve tried?

And as your last breath begins,
contently take it in,
cause we all get it in
the end.

And as your last breath begins,
you find your demon’s your best friend.
And we all get it in
the end

 

Tutti portiamo le cicatrici,
sì, tutti fingiamo una risata;
noi tutti sospiriamo nel buio
tagliati fuori prima di cominciare.

E mentre il primo atto inizia
realizzi che stanno tutti aspettando
per una caduta, per un difetto,
per la fine.

C’è un percorso macchiato di lacrime,
potresti parlare per acquietare le mie paure?
Potresti prendermi da parte
solo per apprezzarmi d’averci provato?

E mentre l’ultimo respiro inizia,
felicemente ributtalo dentro
perché capita a tutti
nella fine.

E mentre l’ultimo respiro inizia
scopri che il tuo demone è il tuo migliore amico.
E capita a tutti
nella fine.

 

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Io RE fare un indegno lavoro?

corona

Stamani mi inceppo di fronte ad un signore che scrive testualmente in una conversazione su FACCEBOOC: “Lo chiami lavoro dare dei soldi in un gabbiotto o guidare un treno sotto terra? Io no”

Essendo uno che non sta mai zitto non ho potuto non rispondere quanto segue: ” Io penso che ogni lavoro è un lavoro, compreso dare dei soldi sotto terra o guidare un treno sotto terra (che sarebbe poi la metropolitana, nemmeno le miniere). Di certo tutti vorremmo fare i mestieri più ”intellettuali”, o forse anche no. Se potessimo non lavorare e campare da RE poi… . Esiste gente dignitosa che fa mestieri come dare i soldi in un gabbiotto, guidare treni sotto terra, mettere un mattone sull’altro, raccogliere il pattume, stampare materiale plastico in una fabbrica meccanica e questo si chiama lavoro e questa gente è comunque a posto con se stessa. E personalmente, piuttosto che rubare, piuttosto che fare la fame, piuttosto che elemosinare, piuttosto che rivolgermi agli assistenti sociali, se anche fosse un lavoro, per me alienante ,mi metterei eccome a dare dei soldi in un gabbiotto, se tale mestiere rendesse utilità economica ad una altra persona e mi portasse uno stipendio per arrivare alla fine del mese senza alcuna vergogna ne considerandomi leso nella mia integrità morale o intellettuale. E per la cronaca, non essendo nato figlio dei Rothschild, ne ho fatti di questi mestieri ”indegni?…” e li rifarei piuttosto che elemosinare, nonostante le mie superlative doti intellettuali indispensabili all’universo. Direi che un bagno di umiltà farebbe bene a tutti.

Ora è chiaro che personalmente, impulsivo come sono, forse, farei meglio a contare fino a dieci o meglio mille. Ma quando senti questi discorsi io mi rivedo quando servivo ai tavoli la gente, e ricordo tra questa i cosiddetti fortunati, tra i quali anche il genotipo che considera un non lavoro guidare un treno sotto terra, che mi guardavano come un povero che deve fare un mestiere umiliante o ricordo benissimo quelli che con la loro corona in testa schioccavano le dita per chiamarti a servizio perché quella persona era solo un servitore da convocare a desiderio o peggio ancora ricordo i parenti stessi, anche stretti, che, senza il quasi, si vergognavano a dire in giro che facessi un mestiere così “umiliante”. E vedo che di quei parenti ne esistono ancora tanti in giro… .  Tutti degli Hohenzollern pare. 

Molti, tanti,  li ho rivisti e li saluto con i miei brillanti alle mani mentre arrancano tra mutui debiti e fidi per un giubottino Moncler e piangono ad ogni bolletta del gas per il riscaldamento. (avrebbero fatto meglio andare meno al ristorante e risparmiare)

Ma detto questo, a quel signore e non solo a lui, che considera un essere umano umiliato a dare monetine in un gabbiotto consiglio di riflettere sul fatto che esistono persone che non hanno alcun problema a sentirsi a posto con se stessi a fare quel mestiere e che vorrei sapere tu chi cavolo sei a poter dire che quello non è un mestiere dignitoso? Vorrei dire a questo signore che esistono persone che per indole o capacità o attitudine di diventare intellettuali professionisti non gli passa per la testa e che tra fare il facchino in un magazzino freddo in inverno o torrido in estate e vendere biglietti in un gabbiotto, questo del bigliettaio underground è un gran bel mestiere, di utilità senz’altro più pubblica, anche se ”sotto terra” che quello di essere degli intellettuali ed esercitare mestieri disprezzandone certi altri che mestieri sono.

P.S. quando questo signore chiama i signori per liberare le fogne affinché il suo bagno non faccia una fine, che vorrei descrivere ma non faccio, per non affogarci dentro o quando esce di casa e la città non è sporca e invasa dai sorci perché qualcuno ha portato via la sua immondezza, si ricordi che questo lo deve a gente che non ha alcun problema a vendere biglietti in un gabbiotto sotto terra.

Mica tutti vogliamo la corona! Specialmente se è di plastica! 

P.S.2 stamattina mi sono immerdato con la cacca di Pono (il mio chihuhua) che era rimasta attaccata al culetto e non me ne ero accorto…. son sceso in basso di livello?

 

 

Il bianco che fa moda

Moda: 

Il termine moda indica uno o più comportamenti collettivi con criteri mutevoli. Questo termine è spesso correlato al modo di abbigliarsi. La moda – detta anche, storicamente costume – nasce solo in parte dalla necessità umana correlata alla sopravvivenza di coprirsi con tessuti, pelli o materiali lavorati per essere indossati. In realtà l’abito assunse anche precise funzioni sociali, atte a distinguere le varie classi e le mansioni sacerdotali, amministrative e militari. Le donne, che ne erano escluse, non per questo rinunciavano a vestirsi con cura estrema. Più legato alla psicologia è l’aspetto del mascheramento. Gli abiti possono servire a nascondere lati della personalità che non si vogliono far conoscere o, viceversa, a mostrarli. Si pensi, ad esempio, al proverbio: “l’abito non fa il monaco“.

Dati demografici italiani:

  • Abitanti maschi e femmine dai 56 anni in su: 20 milioni 250 mila 388
  • Abitanti maschi e femmine fino ai 25 anni: 14 milioni 844 mila 284

E la MODA impose la tinta capelli ”Ghiaccio e Argento”. 

Null’altro da aggiungere.

 

La sindrome di Marie Antoinette

maIn realtà non esiste, o almeno non è questo il suo nome, ma io la amo come definizione.

Quando la povera M.A. fu decapitata, al di là dello sfarzo dei suoi famigerati gioielli restò di lei la massima sempre famosa “Se il popolo non ha il pane dategli le brioche”. Se ora quella ragazzina del tempo che fu nata figlia di un imperatrice e passata a regina di un impero assolutista avesse veramente mai pronunciato queste parole non ci è dato a saperlo, ma ci piace pensare che così fosse, per giustificare almeno la decapitazione di una persona che in realtà viveva la sua regale realtà. Non aveva mai visto altro.

Al 2016 quello che abbiamo potuto vedere e appurare è che la sindrome di M.A. affligge chiunque.

Prendiamo quelli che non avevano da piccoli nemmeno il bagno in casa, riescono a studiare, finiscono ad occupare un posto a contratto a tempo indeterminato in una struttura che sia aziendale privata o pubblica, riescono a comprarsi una casa e due macchine che dimenticano completamente il tragitto che facevano per evacuare il bisogni nel bagnetto freddo del cortile e si immedesimano in una realtà regale e dunque intoccabile come fossero M.A.

Il più puro dei politici non appena raggiunge un ruolo, circondato dall’elettorato e la corte lusinghiera dimentica in un sol colpo da dove veniva e da difensore degli operai, dell’istruzione, del diritto sociale si immedesima in M.A. e finisce con l’odiare i suoi simili. Rifiutando qualunque associazione a loro e delle due sognando di impedire a chiunque di potersi evolvere con il rischio che possa essere scalzato.

Vediamo dunque il famoso Sig. nessuno a diventare il Sig. “Lei non sa chi sono io”. 

L’emblema massimo di questi tempi lo abbiamo davanti agli occhi:

Di Battista Alessandro diventa una star tipo Maradona e fa demagogia esilarante,  la Kyenge che arriva dal Congo dove le dettano pure cosa debba studiare tra i 39 fratelli che ha, ce la ritroviamo a fare la spesa con scorta a seguito da Luisa Spagnoli, che pace all’anima sua, sapeva bene chi fosse e quanto abbia fatto per gli altri lo sappiamo tutti.

Insomma, saltare da una realtà all’altra dimenticando tassativamente quella da cui si viene è un attimo oggigiorno.

Il caro Verga G. come ci resterebbe male se sapesse che il verismo italiano con il suo Mastro Don Gesualdo è finito nel secchio della follia.

Peccato che comunque la realtà sia sempre una e che questa ti sfracella in tempi brevi nel secchio della verità e anche in malo modo. Perchè tu sei in piena sindrome di M.A. ma gli altri intorno a te, no.

Siate certamente più consoni al vostro nuovo habitat esteriore ed interiore, ma non dimenticate mai da dove venite. Vi salverà dai fallimenti e dalla ghigliottina!